martedì, 06 ottobre 2009

La svastica sul sole, P. Dick, Fanucci

Dick

Come sarebbe il mondo se l’esito finale della seconda guerra mondiale fosse risultato favorevole alle forze dell’Asse?

È questa la domanda alla quale l’intero romanzo cerca di dare una risposta.

P. Dick “era profondamente consapevole di essere non un semplice spettatore del fenomeno di disintegrazione delle categorie conoscitive del reale di fronte all’avanzata degli strumenti della comunicazione di massa (e, in questo senso, il fatto che non potesse essere a conoscenza dei progressi dell’informatica significa poco o nulla), ma piuttosto di essere parte e testimone, coinvolto totalmente in quanto individuo e in quanto scrittore, di una metamorfosi che sarebbe oggi troppo banale definire della realtà, e che invece riguardava appunto i linguaggi della comunicazione, le parole, i racconti, le forme del narrare attraverso cui tutto – dalle vicende personali di un individuo ai grandi eventi storici – viene rivissuto e tramandato. Il senso della vita si traduce nello sforzo vano, ma necessario, di interpretare una catena di eventi che sono già stati manipolati, rimontati, non solo dalle forze imperscrutabili del potere costituito, ma dalle allucinazioni individuali, che trasformano ogni paesaggio in uno scenario paranoico, rendendolo simile a un sogno, a una favola, a un mito, alla fantasia di un universo alternativo, a una storia mai avvenuta, e che tuttavia può esistere nella testa di qualcuno, a una leggenda, a un film, a un romanzo di fantascienza che non rispetta né le regole del genere, né quelle delle coordinate storiche in cui i lettori sono felicemente (o infelicemente) inseriti”[1].

Come suggerisce Pagetti tutti questi motivi si trasferiscono nel romanzo, una sorta di gioco agli specchi dove varie “realtà” si confondono. Infatti, oltre al piano storico nel quale i protagonisti del romanzo si muovono (un mondo diviso dalle due grandi potenze vincitrici del conflitto, Germania e Giappone, che si sono equamente spartiti il territorio americano), esiste un altro piano storico descritto nel romanzo “La cavalletta non si alzerà più” dello scrittore Abendesen (romanzo ispirato dalla consultazione del I Ching, il libro cinese degli oracoli)  che narra un’altra “storia”, un altro mondo, dove Giappone e Germania sono stati sconfitti dalle forze alleate. Ma neanche questa storia rispecchia la “realtà”(altro piano storico) che noi lettori conosciamo, nel romanzo di Abendsen il mondo è diviso in due tra Impero Britannico e  Stati Uniti d’America, l’Unione Sovietica non esiste più e l’immenso mercato cinese dipende dalle fabbriche di Detroit e Chicago. Il sistema occidentale ha raggiunto un’armonia complessa ma funzionale.

Il romanzo di Dick gioca sulla contrapposizione tra reale e irreale, tra l’arte e la contraffazione (in questo senso molto efficace la storia del mercante Childan, che vende manufatti artistici americani, contraffatti a sua insaputa, ai collezionisti giapponesi).

Come si dice “è un romanzo  da leggersi”.

Qui di seguito due stralci dal romanzo:

 

   “Be’, stammi a sentire: tutta questa faccenda della storicità è una sciocchezza. Quei giapponesi sono suonati. E te lo dimostro” Si alzò, andò di corsa nello studio, e ritornò quasi subito con due accendini che posò sul tavolino.  “Guardali. Sembrano uguali, no? Be’, ascoltami. In uno di essi c’è la storicità.”Le rivolse un sorrisetto. “Prendili. Fa’ pure. Uno vale, oh, forse quaranta o cinquantamila dollari sul mercato del collezionismo.”

   La ragazza prese con cautela i due accendini e li esaminò.

   “Non la senti?” le disse, sardonico. “La storicità?”

   “Che cos’è la storicità?” chiese lei.

   “E quando un oggetto ha la storia dentro di sé. Stammi a sentire. Uno di questi due Zippo era nella tasca di Franklin D. Roosevolt quando venne assassinato. E l’altro no. uno ha la storicità, anzi ne ha un sacco; più di quanto un oggetto ne abbia mai avuta. L’altro non ha niente. Riesci a sentirla?” La urtò con il gomito “no, non ci riesci. Non riesci a distinguerli l’uno dall’altro. Non c’è nessuna mistica presenza plasmatica, nessuna aura che lo circonda”.

   “Dai” disse la ragazza, intimidita. “È proprio vero? Che aveva uno di questi con sé, quel giorno?”

   “Certo. E io so qual è. Capisci il mio punto di vista? È tutto un grosso imbroglio ; e sono loro a dettare le regole. Voglio dire, una pistola viene impiegata in una famosa battaglia, come quella di Meuse-Argonne, ma se non fosse stata usata sarebbe esattamente la stessa. A meno che tu non lo sappia. È tutto qui.” Si toccò la testa. “ Nella mente, non nella pistola. Io sono stato un collezionista. Anzi, è proprio per questo che adesso dirigo un’attività del genere. Collezionavo francobolli. Delle antiche colonie inglesi”.

   Adesso la ragazza era davanti alla finestra, a braccia conserte, e fissava la luci del centro di San Francisco. “Mio padre e mia madre dicevano sempre che non avremmo perso la guerra se lui fosse sopravvissuto” disse.

   “D’accordo” riprese Wyndham-Matson. “Ora immagina che, diciamo lo scorso anno, il governo canadese o qualcun altro, chiunque altro, avesse scoperto le lastre da cui sono stati stampati alcuni vecchi francobolli. E l’inchiostro, e una provvista di…”

   “Io credo che nessuno di quei accendini sia appartenuto a Franklin Roosevelt” disse la ragazza.

   Wyndham-Matson ridacchiò. “è proprio questo il punto! Dovrei dimostrartelo con qualche documento. Una dichiarazione di autenticità. Perciò è tutto un falso, un illusione di massa. È il documento che dimostra il valore dell’oggetto, non l’oggetto stesso!”

   “Fammi vedere il documento”

   “Ma certo.” Si alzò con un balzo e tornò nello studio. Staccò dal muro il certificato incorniciato dello Smithsonian Institute; il documento e l’accendino gli erano costati una fortuna, ma ne era valsa la pena… perché gli consentivano di dimostrare che aveva ragione, che la parola ′falso′ non significava niente, dal momento che non significava niente neanche la parola ′autentico′.

   “Una Colt 44 è una Colt 44” gridò alla ragazza mentre tornava velocemente in soggiorno. “E questo dipende dalle sue componenti, calibro, disegno, e non dall’età che ha dipende da…”

   La ragazza allungò una mano. Lui le porse il documento.

   “Così è autentico” disse lei alla fine.

 

 

   Sono simile a quest’uomo dal punto di vista razziale? Si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se no sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?

   Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? È una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?

   È qualcosa che fanno, qualcosa che sono. È la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno ancora causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco, ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualcosa di frenetico e folle, così come lo è stata la loro conquista dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia.

   La loro visione: è cosmica. Non un uomo qua, un bambino là, ma un’astrazione: la razza, la terra. Volk. Land. Blut. Ehre.[2] Non l’onore degli uomini degni d’onore, ma l’Ehre stesso; per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. Die Gute[3], ma non gli uomini buoni, non quest’uomo buono. È il loro senso dello spazio e del tempo. Essi vedono attraverso il “qui” e “ora”, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. Perché alla fine non ci sarà più vita; una volta c’erano soltanto le particelle di polvere nello spazio, gli ardenti gas di idrogeno, e niente più, e così tornerà a essere. Questo è un intervallo, ein Augenblic[4]. Il processo cosmico procede a grandi passi, frantumando la vita e riducendola di nuovo a granito e metano; la ruota gira sempre per tutta la vita. È tutto temporaneo. E loro – questi pazzi – rispondono al granito, alla polvere, al desiderio dell’inanimato; essi vogliono aiutare la Natur.

   E io, pensò, so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo. Sono soprafatti da qualche archetipo; il loro ego si è dilatato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove cominciano loro e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l’ego gonfiato a dismisura, fino all’estremo… la confusione tra colui che adora e colui che è adorato. L’uomo non ha divorato Dio; Dio ha divorato l’uomo.

                 



[1] Carlo Pagetti, Introduzione a “La Svastica sul Sole”, pp.8-9, Fanucci.

[2] Popolo, terra, sangue, onore.

[3] Il bene.

[4] Un attimo.

postato da johnourfather alle ore ottobre 06, 2009 16:53 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: segnalazioni, libri, letteratura


martedì, 08 settembre 2009

Nessun Dove

                                                                     

 

Questa  è  stata un’estate torrida come non  mai (filastrocca che immancabilmente torna di moda ogni inizio estate)  ma resa più sopportabile dalla piacevole lettura di alcuni romanzi e di alcuni fumetti (tra l’altro ho riletto MAUSS e V FOR VENDETTA , e beh… che dire?). Sono tanti e un poco alla volta vi racconterò in minima dose di ognuno di essi (sperando di aggiungere i nuovi).

Oggi vi segnalo Nessun Dove di Neil Gaiman.

Tranquilli sarò breve e conciso.

 

Nessun Dove di Neil Gaiman, perdonatemi, per me è un capolavoro. Il romanzo è stato scritto mentre veniva girata la serie omonima per la BBC (altro che Fantaghirò).

Lo scrittore, conosciuto per la famosa serie di fumetti SANDMAN, sostiene che con Nessun Dove, aveva intenzione di scrivere: “un libro che fosse per gli adulti ciò che erano stati per me romanzi come Alice nel paese delle meraviglie, Narnia, Il mago di Oz, quando ero bambino. E volevo parlare di coloro che sono caduti in disgrazia e sono stati defraudati di tutto, usando lo specchio della fantasia, che a volte può mostrarci cose che ci sono passate davanti agli occhi milioni di volte senza che le vedessimo realmente”. Verrebbe da dire: operazione riuscita in pieno.

La storia, ambientata a Londra, si dipana all’interno di due mondi: Londra sotto e Londra sopra ( La mano e l’ombra come sostiene il marchese de Carabas). Londra sotto è il luogo in cui apparentemente vivono coloro che sono caduti in disgrazia, un immenso palcoscenico che la gente comune, troppo indaffarata, non  riesce a vedere, ma che contiene una umanità varia, bizzarra e  magnifica. E in questa “terra”che muove i passi  il giovane Richard Matthew, catapultato fuori da una vita tranquilla e prevedibile dopo l’ incontro con Porta, una ragazza ambigua perseguitata da due uomini brutali, Mister Vandemar e Mister Croup (una sorta di Gatto e Volpe), che vogliono ucciderla. Un mondo bizzarro in accordo con  la solida vena fantastica di matrice britannica  nel quale si incontrano: “un angelo che vive in un salone illuminato dalle candele, un signore, Old Bailey, che abita sui tetti, ratti intelligenti serviti da una tribù di parla-coi- ratti, un conte, il cui seguito vive in una carrozza di un treno della metropolitana, una bestia che rappresenta il mito della Londra di sotto, il popolo delle fogne, dove vive una confraternita di  frati neri che custodiscono una chiave” e tanti altri personaggi davvero sublimi.

Alla fine della storia un dubbio assilla la mente: forse è a Londra di sopra che abitano i disgraziati (Qui sulla pelle del mondo. A Londra sopra. Là da dove ero partito. In uno spazio in cui non riuscivo più ad inserirmi. A stare a mio agio. Come una bara fatta per un uomo leggermente più basso di me. Incredibile quanto volessi tornare nel mio mondo. Avevo dimenticato la noia. Il sapore di segatura dell’inutilità. Giornate di due ore. Cene surgelate davanti alla tv).

Da leggersi.

Vi segnalo anche la splendida Graphic Novel dal titolo omonimo con i disegni di Glenn Fabbry per l’adattamento di Mike Carey. Quando ho visto i disegni ho subito pensato: sì, è proprio così che li avevo immaginati (specialmente il Signor Vandemar e il Signor Croup, come nei miei peggiori incubi).

   

 

 

postato da johnourfather alle ore settembre 08, 2009 10:33 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: segnalazioni, libri, letteratura, fumetti


sabato, 27 giugno 2009

Gocce Nere di Valerio Evangelisti

Questo è un brano estrapolato dal romanzo breve di Valerio Evangelisti "Gocce nere" che invito a leggere per chi non lo avesse ancora fatto.

Sottofondo: "Man Cha - Politik Kills"

Bastò una pausa dovuta alla salivazione ormai faticosissima. La prima delle gocce nere oscillò un poco all’estremità del tubo, poi infilò di spinta l’ago forato che conduceva alle vene di Jacqueline. Trascorse una frazione di secondo, quindi la ragazza torse la bocca in un urlo cavernoso che le fece vomitare sul mento parte della bava che le riempiva la cavità orale.

Una porzione del suo avambraccio, lontana dal polso in cui era infisso l’ago, si gonfiò generando un fungo di carne, che crebbe fino alle dimensioni di un osceno cavolfiore. Subito dopo l’escrescenza si afflosciò, scavando una cavità nella pelle. Simultaneamente, però, l’alluce del piede sinistro diventò un mostruoso palloncino, da cui l’unghia schizzò via come un proiettile insanguinato, rimbalzando contro il muro.

“Parla!” urlò RSYST, dalla prigione del suo altoparlante. “è una goccia soltanto! Può sbizzarirsi come vuole, ma è insufficiente per alterare il tuo metabolismo! Parla, ferma la seconda goccia!”

Jacqueline tentò di ricondurre il proprio grido alla forma della parola, ma ciò che i suoi spalancati stavano fissando le strozzarono la gola. L’alluce rigonfiò si contrasse in un peduncolo rosa, più piccolo e sottile del mignolo, mentre tra i due seni gliene nasceva un terzo, scaglioso e tumefatto, grande come un melone.

“Parla!” ripeté RESYST, facendo rimbombare l’intera sala. “Se parli fermi la seconda goccia, e l’elastina si disperderà nel tuo corpo!”

in effetti un’altra goccia si stava appollaiando sull’ultimo tratto di tubo, vicino all’ago, e si preparava a invadere lo spazio cavo. Un barlume della sua coscienza oscillante permise a Jacqueline di scorgerla. Quasi automaticamente il suo urlo si convertì in parola.

“Cile, 1974. Argentina, 1975. elicotteri che scaricavano in mare uomini vivi. Donne violentate e uccise davanti ai loro bambini. Se ho mai avuto una coscienza politica, è stato vedendo quei documentari. E quegli altri, precedenti. Bimbi scarnificati in fila davanti al dottor Mengele, assurdamente sorridenti. Un feto estratto dalla madre ancora viva e mostrato alla cinepresa. Mengele, Pinochet, Rosenberg, Codreanu, Strasser. La stessa perversione sordida, apparentemente inconcepibile. La nascita in me di una rabbia forsennata…”

“Brava!” esclamò RESYST, con un impeto che fece vibrare la gabbia dell’altoparlante. “Ecco quello che devi provare rabbia. È il solo sentimento che possa darti la forza di resistere…”

L’assurda mammella supplementare nata sul petto di Jacqueline si sgonfiò e rimpicciolì, fino ad annullarsi in un’ulcerazione che si approfondiva, scavando una galleria rossastra in direzione dello sterno. Ma la ragazza quasi non ci faceva più caso.

“Cose innominabili fatte in nome del mercato, cioè di niente. L’africa alla fame. Parte dell’Asia ridotta a bordello per turisti. Uomini – merce, da comperare e da vendere. Tutto ciò mi riusciva insopportabile. Non sono stata mai veramente comunista, non ci ho mai creduto. Ma i crimini del comunismo mi sembravano poca cosa, rispetto a quelli di chi aveva deciso di ridurre due terzi del mondo a un inferno”

“Bene, piccola… scusami non volevo chiamarti così… Bene, Jacqueline, continua. Continua a parlare…” la voce di RESYST echeggia quasi premurosa. “la seconda goccia si è fermata, e si è ritirata di qualche millimetro. Ho invaso la telecamera installata dai tuoi aguzzini… non cercarla, è invisibile… e posso vederti tutta. Il tuo corpo sta tornando integro. Non interromperti, butta fuori tutta la tua collera. La collera è vita!”

“L’esercito guatemalteco che cala su un villaggio e ne uccide tutti gli abitanti. I somozisti che gettano gli oppositori nella bocca di un vulcano. E i crimini economici, forse i peggiori. Vite spezzate per creare una moneta stabile. Le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale che attizzano egoismi etnici seminando guerra civile. Poi il SYS, che si impadronisce di tutti i canali di comunicazione. Altera l’immaginario della gente, lo svuota di simboli e vi sostituisce i propri. La dittatura sottile della telematica manipolata. La schiavitù non nel tempo di lavoro, ma nel tempo libero.. il mio secondo uomo si chiamava Christophe. Peggiore di Frèdèric da tutti i punti di vista, ma io ero ancora molto ingenua…”

l’altoparlante emise un soffio molto simile a un sospiro. “Preferivo la rabbia. Ma hai ragione tu, la collera non può durare per sempre. Vai avanti, l’importante è che tu continui a parlare. Credo che abbiamo ancora un’ora e mezza. Ce la puoi fare. Ce la dobbiamo fare”

 

 

postato da johnourfather alle ore giugno 27, 2009 13:38 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


giovedì, 25 giugno 2009

Wu Ming "54"

L’addio tra Robespierre Capponi e il Padre Vittorio dopo l’incontro in Jugoslavia

   Aprì la bocca, cercando ancora le parole migliori, ma fu Vittorio a cominciare, come se tra padre e figlio si fosse creata una sorta di telepatia.

-          Io non sono stato un buon padre per voi. Un buon padre rimaneva coi suoi figli, anche se andava in galera. Tornava in Italia e faceva il processo. Ma cosa devo dire, Robespierre? Ho fatto quello che pensavo era giusto fare. Aiutare questo popolo a costruire il socialismo. È per questo che ho combattuto. E adesso penso che forse non valeva la pena. Adesso tutto crolla. Sono come esulato.  Milena non c’è più e io resto solo come un cane, senza figli, senza compagna, senza paese e senza socialismo. E sai cosa dispiace di più? – era una domanda sincera, stupita – Che non ce la faccio a pentirmi. Non riesco a pensare che era sbagliato. Era giusto provare e se vuoi che sono sincero fino in fondo, dico che non è nemmeno sbagliato adesso che Tito è come Stalin. Forse sbaglio, Robespierre. Lo so che non è stato giusto per te e per Nicola, lo so che meritavate un padre più normale, che si sacrificava per voi. Ma qui avevo incontrato Milena, avevo combattuto insieme a lei, ci amavamo. Qui c’era un paese da fare, c’era il socialismo, la rivoluzione, capisci? Una società nuova. E in Italia no. se tornavo, mi sarei dispiaciuto tutta la vita di non aver fatto la mia parte qui. Ecco , te l’ho detto con sincerità e forse adesso mi odi di più di Nicola. Ma è la verità e adesso che sei grande puoi capirla. Se tornassi indietro, rifarei la stessa scelta.

   Pierre si rivide nella cantina di Italo, a tredici anni, al fianco di Nicola, un ventenne smilzo e spigoloso. Il padre era una sagoma scura indistinta e una voce profonda. Durate gli anni della guerra, per lui era stato un personaggio delle fiabe, una presenza che lo visitava di notte, prima di addormentarsi, nei racconti della zia Iolanda e nelle fantasie infantili, immaginava che stesse lottando contro nemici spietati e numerosissimi, sui monti di una terra straniera, come un antico guerriero. L’ultimo ricordo sensibile era l’odore del giaccone di pelle nera, quella notte. Odore di concio. <Nicola, Robespierre, ascoltatemi bene. Io non posso restare con voi. Sono tornato qui clandestino, capite? Di nascosto. Perché se scoprono che sono tornato in Italia, mi mettono in prigione. Devo tornare via. Ma a voi penserà la zia Iolanda, che vi vuole bene come foste figli suoi. Io vi scriverò sempre. E un giorno verrete a vivere in Jugoslavia, in un paese migliore, dove la gente è libera e felice. Ma adesso no, non si può, è troppo pericoloso. Sono tornato per dirvi questo. Nicola, bada a tuo fratello, capito? Sei tu il capofamiglia adesso>.

   Pierre si risvegliò come da un sogno ed ebbe chiaro quello che voleva dire, che per gironi si era portato dentro senza venirne a capo. Guardò Vittorio, seduto sulla branda, avvolto nella stessa penombra di allora. Ma non c’era più nessuna aura mitica ad avvolgerlo. Era soltanto un uomo. Ed era suo padre.

-          Nicola non ti odia, babbo. È stata la delusione a farlo diventare così. Lui ti ammirava troppo e si è sentito tradito. Capisci? Lui è andato su in montagna coi partigiani perché tu gli avevi insegnato a essere antifascista. Sei stato tu a crescerci così. Lui è andato in brigata anche per te. E voleva che tu lo vedessi, che lo ammirassi. Invece si è preso quella pallottola nella gamba e quando la guerra è finita tu hai deciso di restare qua. Lui voleva che gli dimostrassi che eri fiero di quello che aveva fatto. Eri il nostro eroe. Eri quello che non aveva mai piegato la testa davanti ai fascisti. Quello che aveva disertato per non dover ammazzare gente innocente. Quello che era andato in un paese straniero a fare la rivoluzione che in Italia non si poteva fare. Ma eri anche nostro padre, dio bono! E se come eroe andavi bene, come padre ci avevi lasciati. Sono stati anni duri, cosa credi. La zia Iolanda s’è fatta in quattro per tirare avanti. Per fortuna che è arrivata l’occasione del bar. È stato il partito a tirarci fuori dalla merda, non tu. Tu eri lontano. lontano come Ulisse. I padri non ce li possiamo scegliere. E non possiamo non volergli bene. O odiarli se ci abbandonano.

   Vittorio Capponi guardava il figlio. Era una lezione quella che cercava, una lezione di vita da un uomo che aveva meno della metà dei suoi anni e che un giorno aveva abbandonato per seguire la sua natura combattente. In quel momento avrebbe accettato qualsiasi cosa, tutto l’odio del mondo. Era pronto, forse lo era da dieci anni.

   Pierre contrasse il viso, si sforzò, ma capì che doveva lasciar fluire le parole.

-          Eppure i padri, prima di essere padri, sono persone. È questo che penso, ci ho messo tanto tempo per pensarlo. Forse sono venuto qui proprio per dirtelo. Per tanti anni ho desiderato avere un padre come tutti gli altri. Uno che ci avesse aiutati, che si fosse preso cura di noi anche a rischio della galera. Ma la verità è che se tu avessi fatto questa scelta, non saresti più stato tu. Avresti rinunciato a quello che credevi giusto fare. E questo avrebbe fatto di te un fallito. Fallito come persona, intendo. Facendo la scelta che hai fatto, hai fallito come padre, ma hai seguito le tue idee, quello che sentivi. Così ci hai insegnato che vivere significa credere nella giustizia e costruire il proprio destino, non farselo imporre dagli altri. E per questo, nonostante tutto, sei una persona migliore di tante che vedo al bar, che hanno una casa, un motorino, <L’Unità> in tasca, le chiacchiere con gli amici, e che di scelte non ne vogliono più fare. I loro figli forse oggi sono diplomati e laureati, e hanno un buon lavoro, ma non sapranno mai quello che so io.

   Aveva due lacrima appese alla ciglia. Restavano lì, in bilico, non scendevano e non si asciugavano. Suo padre  rimaneva immobile, forse sentiva lo stesso magone.

   Pierre prosegui: - Ecco, è questo che sono venuto a dirti. Che quello che è successo non si può cancellare, ma è troppo tardi per odiarti e perché tu continui a sentirti colpevole. Non serve a nessuno.

   Strinse i denti, Pierre odiava il sentimentalismo, soltanto con le donne si poteva essere sentimentali, non tra uomini, non tra padre e figlio.             

postato da johnourfather alle ore giugno 25, 2009 17:02 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


venerdì, 19 giugno 2009

Un dialogo tra Ballard e Cronenberg (Prima Parte)

 

Il romanzo Crash di James Ballard, pubblicato nel 1973 in Inghilterra, era destinato a sconvolgere il mondo allo stesso modo del film omonimo realizzato dal regista canadese David Cronenberg nel 1996.
L’approdo del regista al romanzo dello scrittore risulta una naturale conseguenza del percorso artistico che ha caratterizzato la sua opera e in particolare della costante riflessione sul rapporto uomo – macchina. Cronenberg si era già cimentato con l’adattamento di un romanzo sperimentale che si riteneva avesse oggettive difficoltà di trasposizione cinematografica: Il Pasto Nudo di William Burroughs. La decisione di provare a realizzare nuovamente un film da un testo “cinematograficamente impossibile” non è stata, quindi, dettata da un capriccio o da una sorta di sfida personale, ma piuttosto da una motivazione più profonda e in sintonia con la poetica del regista, infatti nel romanzo compaiono i temi e le ossessioni di tutto il suo cinema: le mutazioni psicofisiche indotte nel corpo umano da un sempre più stretto rapporto con la tecnologia.

   In questo senso Crash non fa altro che collocarsi sulla scia di una serie di film che trattano tale tema, tra i quali ricordiamo: Videodrome, Il Pasto Nudo, Inseparabili.

 

 

Il regista mette in evidenza la non contrapposizione tra l’uomo e la macchina ma mostra, anzi, come la macchina faccia parte delle estensioni dell’essere umano; per esempio, nel film tratto dal romanzo di Burroughs la macchina per scrivere non è un accessorio di Bill ma diventa un elemento del suo corpo, in un rapporto che inverte la relazione, capovolgendola in modo tale che Bill risulta essere un’appendice della macchina per scrivere e non viceversa.

Cronenberg ha sempre sostenuto questa visione poetica dei suoi film al punto che quando rivelò di avere preso la decisione di portare sugli schermi Crash disse: “il nostro legame con l’auto è molto primitivo. L’auto è diventata un’appendice quintessenziale dell’uomo (…) Abbiamo ormai incorporato l’automobile nella nostra comprensione del tempo, dello spazio, della distanza e della sessualità. Voler immergersi in tutto ciò in modo letteralmente fisico mi pare una buona metafora. C’è un desiderio di fondersi con la tecnologia”[1].

 

 

L’impostazione del film che ci suggerisce il regista canadese, però, non esaurisce tutte le potenzialità del film stesso, che in un confronto con il romanzo ci permette di rilevare un ampio margine di interpretazioni; infatti lo stesso Ballard sostiene: “io sento che il ruolo dello scrittore, ossia la sua autorità e la sua legittimazione a creare, è radicalmente cambiato. Sento che, in certo qual modo, lo scrittore non sa più nulla. Lo scrittore non ha più una posizione morale: offre al lettore i contenuti del proprio cervello, sotto forma di una serie di possibilità di alternative fantastiche. Il suo ruolo è quello dello scienziato che, in un safari o in laboratorio, si trovi davanti a un territorio o argomento del tutto sconosciuto. In tale situazione, tutto ciò che può fare è concepire ipotesi e verificarle alla luce dei fatti. Crash è un libro così concepito (…) cosa vediamo nello scontro automobilistico: un sinistro presagio di un orrendo connubio fra sesso e tecnologia? La tecnologia moderna ci fornirà forse inimmaginabili mezzi di sfruttamento delle nostre psicopatologie? E questo imbrigliamento della nostra innata perversità potrà esserci di beneficio? O esiste qualche logica deviante che si dispiega più potentemente di quella fornita dalla ragione?”[2].  

Quali sono, allora, i significati, quali i messaggi di Crash? E come si uniscono insieme? La mia analisi verterà sulla contrapposizione e complementarietà tra il film e il romanzo, analizzandone i contatti e le differenze dal punto di vista delle tematiche e degli intrecci narrativi, avvalendomi anche delle interviste rilasciate dallo scrittore e dal regista sulla rivista Cahiers du cinema e delle censure a cui è stato soggetto il film, in modo da mostrare come un opera apparentemente definita nel suo significato possa aprirsi ad una serie di interpretazioni (dato che la si può considerare come un opera in cui dialogano due testi), che smentiscono in parte i giudizi e le critiche espresse con superficialità.    



[1] Gianni Canova, David Cronenberg, Il  Castoro Cinema, 2000, p. 108.

[2] J. G. Ballard, Crash, Feltrinelli, 2004, p.202

postato da johnourfather alle ore giugno 19, 2009 12:49 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, cinema, letteratura, cronenberg, crash, cinema di fantascienza


martedì, 05 maggio 2009

Intorno a "Non è un Paese per Vecchi"

“Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia  e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l’aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d’ora sarebbe stato all’inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non  ha l’anima?  Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello  che sarebbe venuto dopo. Dicono che gli occhi sono le finestre dell’anima. Io non so di cos’erano la finestra quelli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un’altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della  mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là  fuori c’è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos’è capace di fare. Sono già passato una  volta davanti a quegli occhi. È non lo farò mai più […] non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l’ho sempre saputo che uno dev’essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. […] credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse  non l’ho mai voluto”

(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy)

 Non____un_paese_per_vecchi

 

Non si può capire un capolavoro come “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, se non si è letto il romanzo targato Corman MacCarthy, un “maestro” che vive ad El Passo, nel Texas, in una solitudine fortemente voluta. O meglio i due risultano complementari, come del resto accadde ad altri capolavori (Crash della coppia Cronenberg–Ballard, Il Pasto Nudo della coppia Cronenberg-Burroughs, Arancia Meccanica della coppia Kubrick-Burgess).

Il film dei fratelli Coen distilla l’atmosfera e le riflessioni del romanzo, ottenendo un buon risultato. Il romanzo colma le distanze, inserendosi in tutto ciò che il film non ha potuto esporre per vari  motivi  (budget, lunghezza,  o per scelta stilistica). È nel romanzo che si capisce pienamente lo squilibrio che governa la mente dello psicopatico Chigurg (nel film interpretato da un magnifico Javier Bardem), incarnazione reale della figura “mitologica” dell’ultimo Joker (interpretato dal compianto Heath Ledger, in Il Cavaliere Oscuro).

Chirurg ha un obbiettivo particolare, quello di recuperare la valigetta con  il denaro presa dal cacciatore Moss, ma si ha la sensazione che il denaro non c’entra più di tanto con le sue azioni silenziose, lente e terrificanti. Chirurg è il male che arriva, non segue regole, è guidato dal caos (che per quanto arbitrario è governato da scelte inconsapevoli che ne ordinano il disegno), non ammette nessun ostacolo al suo passaggio. Non esistono amici, non esistono nemici. Solo scelte. Nel romanzo il suo fine è chiaro, esposto in uno degli ultimi dialoghi  (in cui avviene la consegna della valigetta al legittimo proprietario) che svelano la folle motivazione e pervicacia con la quale Chirurg ha perseguito per tutta la narrazione il suo obbiettivo:

"Questa è sua disse. Che cos’è? Sono soldi di sua proprietà. L’uomo rimase a guardare la cartella. Poi si alzò, tornò alla scrivania, si chinò e premette un bottone. Non ci sono per nessuno, disse. Si voltò, posò le mani sulla scrivania alle sue spalle, si appoggiò all’indietro e osservò Chirurg. Come ha fatto a trovarmi? Disse. Che differenza fa? Per me fa differenza. Non si deve preoccupare. Non verrà nessun altro. Come lo sa? Perchè decido io chi viene e chi no. E adesso è meglio che andiamo al punto. Non voglio sprecare tempo a cercare di metterla a suo agio. Penso che sarebbe un compito disperato e ingrato. Quindi parliamo di soldi. Va bene. Ne manca una parte. Circa centomila dollari. Di questi, un po’ sono stati rubati e un po’ li ho usati per coprire le spese. Mi è costata parecchia fatica recuperare il suo denaro, quindi preferirei che non mi considerasse un latore di brutte notizie. In quella borsa ci sono due milioni e trecentomila dollari. Mi dispiace non essere riuscito a recuperare tutta la cifra, ma questo è quanto. L’uomo non si era mosso. Dopo un po’ disse: ma lei chi diavolo è? Mi chiamo Anton Chirurg. Questo lo so. Allora perché me l’ha chiesto? Cosa vuole da me? Intendevo dire questo. Be’. Direi che lo scopo della mia visita è semplicemente fornirle le mie credenziali. Di esperto in un campo difficile. Di professionista assolutamente affidabile e onesto. Qualcosa del genere.[…].Non sono tutti adatti a lavorare in questo settore. La prospettiva di guadagni smisurati porta certa gente a sopravvalutare le proprie capacità. Mentalmente, intendo. Si illudono di avere il pieno controllo sugli eventi mentre forse non è così. Ed è sempre il modo in cui procede su un terreno insidioso ad attirare o sviare le attenzioni dei nemici.E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?

Io non ho nemici. Non permetto che esistano."

 News_NON E UN PAESE PER VECCHI 001 piccola

 

È strano che un romanzo si riscopra dopo l’uscita della sua trasposizione cinematografica.  Ma la forza o il monopolio del cinema è anche questo (si veda il caso Fight Club). È strano che un romanzo nato come padre debba complementare un testo filmico che risulta nascere dalle sue costole e risultarne quasi postumo.Ma cosa c’è all’interno di questi due capolavori, qual’ è la loro essenza?

McCarthy come sostiene Barrico “deve aver pensato che non era più tempo di poesia e visioni, per cui ha asciugato per bene la sua storia e quando è arrivato all’osso ce l’ha tirata dietro” e i fratelli Coen hanno raccolto l’osso e l’hanno lanciato agli spettatori. Hanno sapientemente  mescolato l’azione della caccia all’uomo alle meditazioni del tutore della legge su un mondo violento che è cambiato e in cui non si riconosce.  È l’osso la questione, il male la sua cartilagine.Due mondi si confrontano: la vecchia e la nuova generazione.Nelle riflessioni dello sceriffo (scritte in prima persona su quello che sembra essere il suo diario nel romanzo e tradotte in voce off nel film) si comprende che non è un luogo comune sostenere che il mondo non è più lo stesso perché il mondo è diverso fatti e dati alla mano: 

"Era stato fatto un questionario sui problemi dell’insegnamento nelle scuole. E loro hanno ritrovato i moduli compilati e spediti da ogni parte del paese, con le risposte alle domande. E  i problemi più gravi che venivano fuori erano tipo che gli alunni parlavano in classe e correvano nei corridoi. O masticavano la gomma. O copiavano i compiti. Roba così. E allora avevano preso uno di quei moduli rimasto in bianco, ne avevano stampate un po’ di copie e le avevano mandate alle stesse scuole. Dopo quarant’anni.  Be, ecco le risposte. Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. E io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente  e masticare la gomma in classe è messo molto peggio di me. E quarant’anni  non sono mica così tanti. Magari fra altri quaranta la gente avrà aperto gli occhi. Sempre che non sia troppo tardi".    

Nella storia è come se si intrecciassero tre destini che vanno a delineare la distanza che separa due universi. Lo sceriffo che crede e spera ancora in un mondo di valori e ideali, non riesce a capacitarsi del cambiamento al quale non può opporsi perché è indipendente dalla sua volontà e come uno spettatore immobile e passivo cerca di indagarne e sviscerarne i segni. Moss che rappresenta lo stacco dai valori tradizionali , l’uomo che è attratto dalle nuove tentazioni (la valigetta è il simbolo della causa del male: droga e denaro) e abbandona la sua semplice vita. Chirurg e la sua moneta rappresentano il nuovo mondo,  non soltanto l’arbitrarietà del male. Un personaggio che incarna i segni di qualcosa che si affaccia all’orizzonte, che sta prendendo vita, che ha ideato una nuova scala di valori, che non ha uno scopo e un fine ma segue un suo tracciato, un suo percorso. Non ammette eccezioni. E che esiste al di là della nostra consapevolezza. Come il male, del resto.  

"Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata. […] la strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. […] ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso abbastanza inutile. La gran parte della gente non crede che possa esistere una persona del genere. È evidente che per loro è un bel problema. Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza? Capisci? Quando sono entrato nella tua vita, la tua vita era finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. Ma questo che significa? Non sono diverse. Stanno così. Lo capisci?".  

I tre personaggi principali delineano l’archeologia di tre generazioni che vanno dal 1950 al 1990 circa. Diventano emblemi, testimoni del tempo che svanisce e cambia. Mostrandoci quanto, a volte, siamo incapaci di ammettere, imbrigliati e ancorati a valori e credenze che lentamente si dissolvono, la realtà delle cose, il cambiamento. Incapaci di osservare la mutazione (Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza?).  

 

postato da johnourfather alle ore maggio 05, 2009 15:41 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: libri, cinema, letteratura


domenica, 26 aprile 2009

jg_ballard_cages

Per ricordare la dipartita di uno dei più influenti scrittori contemporanei (e ispiratore del celebre Crash di Cronenberg) vi invito a leggere l'articolo di Antonio Caronia pubblicato sull'Unità al seguente link:

http://www.unita.it/news/84112/addio_allo_scrittore_james_g_ballard

e questo intervento sempre del filosofo Antonia Caronia sul sito di carmilla:

http://www.carmillaonline.com/archives/2009/04/003018.html

postato da johnourfather alle ore aprile 26, 2009 21:13 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


giovedì, 02 aprile 2009

Come Dio Comanda, Nicolò Ammaniti

“E odiava la gentilezza ipocrita dei presentatori. Odiava i giochi al telefono. I balletti raffazzonati. Odiava le battute rancide dei comici. E detestava gli imitatori e gli imitati. Odiava i politici. Odiava gli sceneggiati con i poliziotti buoni, i carabinieri simpatici, i preti buffi e le squadre anticrimine. Odiava i ragazzini brufolosi che sarebbero stati disposti ad ammazzare pur di essere ammessi in quel paradiso da quattro soldi. Odiava quelle centinaia di zombie semifamosi che vagavano come bastardi elemosinando una sedia. Odiava gli esperti che si arricchivano sulle tragedie. Sanno tutto. Sanno cos’è il tradimento, la povertà, le stragi del sabato sera, la mente degli assassini. Odiava quando s’indignavano per finta. Quando si leccavano il culo tra loro come i cani ai giardinetti. Odiava i litigi che resistevano il tempo di una scoreggia. Odiava le collette per i bambini africani quando in Italia c’era gente che faceva la fame. Ma la cosa che detestava di più erano le donne. Puttane con le tette rotonde come pompelmi, le labbra gonfie, le facce rifatte con lo stampino. Parlano tanto di uguaglianza, ma quale uguaglianza e uguaglianza? Quando l’immagine che danno è quella di un branco di decerebrate rizza cazzi. Si facevano scopare da qualche stronzo con un po’ di potere per uscire di casa ed essere riconosciute. Donne capaci di passare sul corpo delle loro madri per un po’ di successo.  Li odiava tutti, quelli là dentro, al punto che alle volte si doveva trattenere dal prendere la mazza e sfondare quel cazzo di televisore. Vi metterei in fila, uno dietro l’altro, e vi sparerei. Che avete fatto di male? Professate il falso. State rincoglionendo milioni di ragazzini. Mostrando mondi che non esistono. Spingete la gente a rovinarsi per comprarsi una macchina. Mandate in malore l’Italia”.

postato da johnourfather alle ore aprile 02, 2009 17:05 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


martedì, 24 febbraio 2009

Genesis

Genesis

Bernard Beckett, Genesis, Rizzoli

Questo è un romanzo particolare.

Molto particolare.

Una storia che mi ha incollato alle sue pagine per ben due notti di fila.

Dialoghi che mi hanno entusiasmato e che a volte ho dovuto rileggere, tanto erano intensi e pregni di buone idee (attenzione tema predominante della storia ).

Che cosa rende l’essere umano diverso da una macchina?

Le emozioni? La coscienza? L’anima? E se fossero solo idee che come parassiti ci hanno contagiato, nascondendoci la verità?

È questo il più grande dilemma della nostra vita, oggi.

Che differenza c’è tra l’uomo e l’intelligenza artificiale?

Esiste veramente una differenza?

Le risposte a questi dilemmi si dipanano durante il duello tra Adam Forte e Art, intelligenza artificiale.

La storia ci viene raccontata da Anax, studentessa molto dotata, durante la sua prova di ammissione all’Accademia: Adam Forte è il tema del suo esame. E attraverso questo esame (che dura cinque ore) scopriremo il destino della nostra specie e del nostro futuro fino ad un finale sorprendente.

L’autore Bernard Beckett, a lungo insegnante di teatro, matematica e letteratura inglese, ha fatto parte di un gruppo di studio sulle mutazioni del DNA. E questa esperienza lo ha portato a scrivere questa storia entusiasmante.

La scelta di ambientare le vicende all’interno di un esame accademico ha permesso di sviluppare appieno alcune delle teorie e considerazioni maturate in quelli anni. L’autore “sfrutta” appieno la sua arma migliore: il teatro. Infatti i dialoghi sembrano quasi essere pronunciati ad alta voce dai protagonisti.

Come è solito ecco alcuni brevi stralci del romanzo:

 

“Tu ti burli di me perché il mio tempo di vita è breve, ma è proprio questa paura di morire che soffia in me la vita. Io sono il pensatore che pensa il pensiero. Io sono curiosità, io sono ragione, io sono amore e sono odio. Io sono indifferenza. Io sono il figlio di un padre, che a sua volta è il figlio di un padre. Io sono la ragione per cui mia madre ha riso e la ragione per cui mia madre ha pianto. Io sono lo stupore e io sono stupefacente”

 

“Ogni battito del mio cuore è un altro momento segnato, un altro prezioso istante che mi allontana dalla vita che ambisco vivere. […] Io non posso scegliere di ignorare questa sensazione della vita che lentamente mi sanguina fuori. Non posso ignorare il fatto che la vita per me ha senso solo quando vedo un sorriso, o sento un’altra mano nella mia”

 

“non è la coscienza ciò a cui vi aggrappate, perché come ti ho dimostrato la coscienza si crea facilmente. È l’eternità ciò a cui aspirate. Dal momento in cui è stata promessa l’anima, l’umanità è stata incapace di distogliere lo sguardo. Quest’anima di cui parli ti parla a sua volta di paura. E l’idea che prospera nei tempi di paura è l’Idea che non verrà mai schiacciata. L’anima vi offre conforto, e in cambio chiede solo la vostra ignoranza. È uno scambio che non potete rifiutare. Ecco perché inveisci contro di me. Perché sei terrorizzato dalla verità”

 

 

postato da johnourfather alle ore febbraio 24, 2009 19:35 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


venerdì, 29 febbraio 2008

Canti del Caos di Antonio Moresco

moresco

Antonio Moresco è un geniale autore contemporaneo che approda alla ribalta letteraria con Clandestinità nel 1993.

In questo piccolo spazio vi consiglio di leggere Canti del Caos che è la prima parte di un opera in due volumi.

Per questo romanzo non intraprenderò nessun discorso critico, mi limiterò a citarvi la quarta di copertina e a riportare qualche stralcio del romanzo cercando di stimolare la vostra curiosità.

 

Dalla copertina: “Un libro che sconvolge, che prende corpo per valanghe. Uno sguardo panico, una materia degradata e squarciata, un tessuto narrativo violento, ma anche straordinariamente lirico, da cui si levano voci esplosive autonome.”

 

“Sono il visitatore dei citoplasmi, l’ospite che entra nelle case in punta di piedi e che le lascia in fiamme. Io sono lo sposo di molte spose ma che non ha una sposa. Sono l’uomo che apre le pance, che fa scoppiare i libri”

 

Dal canto dell’investitore: “Fate presto voi a dire… ma provate un po’ a immaginare di mettervi ogni volta la sveglia prima di coricarvi quando fuori c’è ancora luce, nel tardo pomeriggio, e tutti gli altri sono ancora in giro tranquillamente per le strade, nei negozi, e di svegliarvi poi in piena notte, quando dormono tutti nel vostro caseggiato e si sentono i rumori del sonno venire dagli appartamenti vicini. E di fare poi colazione da soli, di vestirvi con gli abitanti adatti, e di scendere in silenzio le scale, ogni notte, a piedi o con l’ascensore, di fronte a quel suo grande specchio, e poi di sistemarvi nell’auto ancora fredda, posare le scarpe dalla soletta zigrinata sulla pedaliera, afferrare il volante con le dita che spuntano dai mezzi guanti, ogni notte, e di sentire il suono del motore che si accende di soprassalto nel garage silenzioso, prima di cominciare ad andare piano e quasi senza rumore, per le strade, e sbadigliare di tanto in tanto per il sonno. E di tenere ben fermo il volante quando vi si para di fronte il primo bersaglio, e sentite il colpo d’impatto contro il cofano, e vedete quella cosa che schizza contro il parabrezza, ogni notte, e di non girare il volante quando vi si para di fronte […] Non so cosa dirvi, io il mio dovere lo faccio, voi fate il vostro!”

 

I neonati: “li gettano negli scarichi delle immondizie, nei contenitori per la raccolta del vetro, nei fossi, nelle rogge. Li buttano nei cessi, ci rovesciano sopra secchiate di acido, di varechina. Li fanno volare nelle discariche, li fanno mangiare dai cani, dai sorci… calano a frotte sulle loro carni ancora bagnate , si gettano tutti assieme nelle loro pancine aperte, corrono via col muso tutto imbrattato, i fili delle budella ancora fumanti tra i loro lunghi denti. Gli spaccano a bottigliate le testoline appena spuntate mentre partoriscono a gambe larghe sul cesso, li tirano fuori con le unghie dipinte, coi morsi, piegate in due sulla tazza. Li gettano fuori dalle finestre, dalle auto ancora in corsa, di notte, si sentono scricchiolare anche stando a letto dentro le case, quando qualche macchina ci passa sopra, quella di quell’ uomo che gira in piena notte nelle strade deserte, e investe tutto quello che incontra, sale sui marciapiedi, non gli sfugge niente…”

 

La Musa: “… ecco, lo vedi, è un continuo! Dentro e fuori. Certe volte non faccio neppure in tempo a star dietro a tutti di persona. Mando un paio di mie aiutanti molto settorializzate, a seconda del tipo di intervento che occorre. Io non sono una di quelle muse da quattro soldi, segaiole. Per quelli ci vuole poco, quattro scrollate e via, gambe aperte, tutta quella schiuma di carne fuori, un buon set di preservativi sempre a portata di mano […] Ecco, adesso finalmente ci conosciamo! Siamo entrati a contatto. Sono emozionata come non lo sono mai stata. Adesso dovrò reinventarmi completamente, con te, dare un taglio a tanti anni di lavoro fatto senza pensare, la testa vuota, gli occhi chiusi. Reinventare il mio ruolo, la mia funzione, dovrò fare con te una cosa completamente diversa, cercare nuovi orizzonti, nuove strade. Sarò io stessa a chiamarti, a cercarti, se non ti vedrò per un po’, se ti verrà voglia di nasconderti troppo a lungo su altre strade.”

 

 

 

 

postato da johnourfather alle ore febbraio 29, 2008 12:22 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: libri, letteratura


sabato, 12 gennaio 2008

Tempesta Elettrica

jim morrison

"Le parole dissimulano

Le parole corrono

Le parole rassomigliano a bastoni che camminano

Piantale, cresceranno

Guardale ondeggiare come fanno

 

Tratto da Jim Morrison, Tempesta Elettrica Poesie e scritti perduti (Mondadori).

postato da johnourfather alle ore gennaio 12, 2008 16:53 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: musica, poesia, libri, letteratura


sabato, 29 dicembre 2007

RAP SULLA PAURA

Ieri sera mi è capitato tra le mani il libro "Alcatraz, Jack Folla un dj nel braccio della morte" di Diego Cugia; Un vecchio libro che divoravo durante le mie notti insonni, e sfogliando le pagine, mi sono affiorati alla mente innumerevoli pensieri. Una pagina in particolare mi ha colpito, "Il rap sulla paura" , così ho deciso di condividere questo pezzo con voi:

 La paura d’invecchiare, la paura di avere una malattia, la paura di morire, la pura di non piacere, di non essere amato, di non sapere dire di no, la paura d’essere inculato da un amico, la paura di puzzare, la paura di non avere figli, quella di averne e non avere niente da dirgli, la paura che tua madre e tuo padre muoiano, la paura della solitudine, la paura della folla, di rimanere chiuso in ascensore, di commettere un errore, la paura di partire, la paura di tornare, la paura d’ingrassare, la paura d’incontrarla dopo anni e che lei o lui non ti riconoscano, la paura di non avere futuro, la paura dell’orgasmo e di lasciarsi andare, la paura del mare, di rimanere intrappolato vivo in una tomba, la paura di essere preso in giro di fronte agli altri, la paura che il tuo bambino venga violentato, la paura di perdere i soldi, la paura di essere vestito male, di vivere in un quartiere di merda, la paura di non poter pagare l’affitto, o la rata di mutuo, la paura di finire in un ospizio, la paura di aver vissuto invano, quella di essere antipatico, la paura di non saper far ridere e annoiare la gente, la paura di gridare, la paura di piangere, la paura di trovarsi in mezzo alla folla, la paura di non aver chiuso il gas, la paura delle maledizioni, la paura di essere truffato, la paura di finire in carcere innocente, la paura di essere omosessuale, la paura degli animali, della campagna e del buio, la paura dei topi e dei ragni, la paura di Dio che tutto vede, la paura dei fantasmi e delle streghe, la paura di andare in aereo e di volare, la paura del terremoto, la paura di non essere promosso, la paura che ti sgridino e quella di rimanere intrappolato in un ingorgo, la paura di vomitare, la paura di venire licenziato, la paura di perdere la memoria, la vista, l’udito, la paura di essere tradito da tua moglie o da tuo marito, la paura che qualcuno ti vedi mentre caghi, mentre pisci, la paura che qualcuno ti scopra mentre vai con una puttana, la paura di avere l’aids, la paura del successo, di arrossire, di svenire, la paura di avere le mani sudate, la paura di essere un cretino, la paura di una colica, la paura dei microbi, quella degli incendi, la paura che i tuoi figli non trovino impieghi, la paura di veder morire le persone più care, la paura di essere dimenticato, la paura di fumare, quella di bere e di drogarsi, la paura di farsi del male, la paura dei sogni, quella dell’insonnia, la paura di avercelo troppo corto, la paura di diventare pelato, la paura di non sapere stare a tavola, quella che ti scappi un rutto, la paura di andare dal dentista o che ti nasca un figlio down, la paura degli sconosciuti, degli autostoppisti, dei maniaci, dei pazzi, la paura della possessione diabolica, la paura del dolore fisico, la paura dell’infinito e dell’universo, la paura che non esiste nulla oltre la morte, e la paura più grande e insormontabile: La paura d’avere paura.   

 

postato da johnourfather alle ore dicembre 29, 2007 12:56 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: libri, letteratura


Scambio Link Technorati Profile Il calendario 2009 dei santi laici diffondi Add to Technorati Favorites
Creative Commons License
This work is licensed under a Creative Commons Attribution-Noncommercial-No Derivative Works 3.0 Unported License.