Robocop è uno dei film che ha più colpito l’immaginario collettivo tanto da ottenere un grande successo ai botteghini. Il regista, oltre alle critiche all’amministrazione Reagan e alla riflessione sull’alleanza che intercorre tra le corporazioni e le organizzazioni criminali, elabora anche, e soprattutto, un discorso “pauroso” sulla manipolazione e sostituzione del corpo umano. Rende la tecnologia un vero incubo.
Prima di parlare della manipolazione del corpo, vorrei avanzare l’ipotesi che il film di Paul Verhoeven sia uno dei pochi a trattare in maniera “visiva” della disoccupazione. Infatti il regista incanala il film in questa direzione mostrando la decadente struttura sociale della metropoli, in elementi come il traffico della droga, il degrado ambientale, il crimine dilagante, la facilità di accesso alle armi.
Ci sono due punti fondamentali che giocano in questo senso. Primo: l’ambientazione a Detroit ha un ruolo chiave, infatti “because the city was so closely associated with the automobile industry, the decline of which (especially in relation to Japonese imports) was the central example of the decline of American manufacturing as a whole during the 1980s”[1]. Secondo: la figura di Robocop è un’immagine spettrale a questo riguardo, perché è il sostituto ideale del poliziotto, forte e invincibile, l’unico in grado di sconfiggere una macchina letale come ED-209.
Lo sciopero dei poliziotti è lo specchio dell’America del 1980, “just anxieties of the Detroit policeman at being replaced by robots echo a general fear among the American working class that automation someday lead to the loss of their jobs”[2]. A un livello più profondo, essendo Robocop in parte umano e combattendo per questa sua umanità, il film rispecchia la paura che la società capitalistica stia trasformando la vita dell’uomo come una componente meccanica di un organismo macchinico.Considerando che l’agente Murphy non ha avuto possibilità di scelta, essendo il suo corpo di proprietà dell’OPC, possiamo concludere che l’uomo non ha più scelta e deve riconsiderare la propria vita, come un esistenza a stretto contatto con la tecnologia.

Per quanto riguarda la manipolazione del corpo, possiamo sostenere che il livello di commistione uomo – macchina giochi su più livelli di interpretazione. Ad un primo livello è facile far corrispondere un’analisi culturale sulla crisi di identità, in quanto alla figura di Robocop, viene affidato il compito di simboleggiare la scissione tra mente e corpo (un argomento di rilevante importanza nelle opere di Cronenberg). Il Cyborg durante il film affronterà una dura lotta tra la volontà dell’uomo (la memoria) e la volontà della macchina. Molti dei suoi desideri, dei suoi sentimenti sono in contrasto con ciò che lui ora è diventato, essendo una mente a cui è stata trapiantata un prodotto artificiale. Può solo ricordare i sentimenti, sentirli nella sua mente ma non provarli, tutte le passioni umane si trasformano in immagini registrate in sovrimpressione nel suo cervello; perciò l’amore si trasforma in un ricordo della moglie, l’affetto familiare nell’immagine di una foto, l’amore per il figlio in un gesto d’immagine televisiva.
L’unico sentimento umano che può realizzare con il suo “corpo” è la vendetta. Una vendetta che, però, per realizzarsi in pieno ha bisogno di un altro meccanismo, di una regola burocratica: il licenziamento. Robocop è il risultato di tutte le ansie degli americani circa la tecnologia e il suo predominio sulla vita pubblica, infatti, come sostiene Telotte: “that sort of fear seems a rather natural reflection of American cultural anxieties of the 1980s, facing as it was the new challenges posed by thinking machines, biomedical enginnering, mechanical prostheses, and readily available cosmetic surgery – by the great variety of technological developments that promise to reengineer the human or perhaps even render us obsolete”.[3] Riferimenti a questa possibilità di rigenerazione del corpo sono presenti anche in numerosi spot che appaiono durante il film (una su tutte la pubblicità della sostituzione del cuore), simbolo del potere della chirurgia.
Vorrei aggiungere che la televisione ha un potere illimitato nel film, infatti, è onnipresente, con i continui spot e notiziari. Questo fa sì, che il film, da una parte assuma un tono ironico e sarcastico, contribuendo a rendere la narrazione una sorta di spettacolo nello spettacolo, una sorta di reame dell’irreale (un modo per diminuire l’impatto dell’iper-violenza), e dall’altra parte mette in evidenza l’irruenza della televisione nella vita privata e il suo potere di manipolazione del pensiero.
Ad un secondo livello di interpretazione la figura di Robocop, materializza una paura comune: l’impossibilità di decidere della propria morte o vita. È noto come all’epoca vi sia stato un ribaltamento di un’antica paura: la paura di essere sepolti vivi. La comune sensazione di essere considerati morti prematuramente per diventare donatori di organi (sotto autorizzazione dei familiari) o peggio essere mantenuti in vita allo stato vegetativo dalle macchine, era un pensiero che inorridiva e spaventava chiunque (del resto lo è ancora adesso); forse non è anche questa paura da considerare come una terribile visione del confine tra reale (coma profondo) e irreale (mondo dei sogni), proprio come nelle ultime scene di Brazil di Terry Gilliam? Il timore di non essere i padroni della propria vita e del proprio corpo è emblematico nelle sequenze che vanno dalla brutale e sanguinosa uccisione dell’agente Murphy alla creazione del Robocop.
In questo arco di tempo vediamo materializzarsi incubi e ansie che ci incutono terrore ancora oggi: dalla paura della criminalità (morte violenta) alla paura per la perdita del se stesso e del degrado sociale (controllo e strumentalizzazione).L’agente non può decidere del proprio destino, è vittima di poteri che oltrepassano la sua stessa immaginazione (“legalmente il suo cadavere è nostro” dirà uno dei membri dell’OCP), il suo corpo è in mano ad invisibili strumenti che decidono delle sue sorti.
In queste scene, a mio avviso, c’è la più significativa rappresentazione della scissione tra mente e corpo, più decisiva e incisiva della visione dello stesso Cyborg. Murphy vede, ascolta, ricorda ma non può muoversi, non può reagire, è costretto a subire le decisioni che vengono prese su di lui (esemplare le scene dove si decide di eliminare il braccio dal resto del suo corpo o quando alcuni membri dell’OCP festeggiano il capodanno davanti l’inerte Robocop). Tutto questo, noi, lo vediamo attraverso i suoi occhi e non può non provocarci un po’ di disagio questa sensazione di immobilità, simile a quella che proviamo quando vediamo la tv: una specie di vita riflessa. Murphy come scopriremo, infatti, non è morto, non è diventato una cosa, perché si riprenderà dal “coma” e ritornerà ad avere coscienza di sé. È qui che si pongono i problemi con il suo nuovo se stesso e, più in generale, con argomenti di natura medica ed etica: quando un individuo può essere riconosciuto deceduto? L’introduzione (grazie a nuovi ritrovati tecnologici) della “morte cerebrale” può aver, indirettamente, favorito una “disponibilità” di donatori di organi (corpi)? Possiamo con certezza assoluta stabilire quando un individuo cessa di esistere? È un diritto naturale prolungare la vita in uno stato quasi vegetativo di un individuo consenziente (tetraplagia) per mezzo di strumenti tecnologici che vorrebbe solo morire dignitosamente?
Il film di Verhoevan sembra incorporare in queste brevi sequenze i segni di un mondo che era di lì a venire, e che avrebbe dovuto fare i conti con temi abbastanza complessi come il diritto alla morte. Iniziarono a figurarsi nella mente comune immagini di corsie di ospedali dove il connubio tra tecnologie e umani dava alla vita a strane configurazioni dove veniva violato il senso ultimo del ciclo di vita dell’uomo: “la classica scena del letto di morte con i cari partecipi e le ultime parole solenni, ormai è storia. Al suo posto c’è un paziente drogato, incosciente, pieno di tubi per respirare, mangiare, defecare, un oggetto subumano pronto a essere manipolato dalla tecnologia medica. Chi può ascoltare senza provare orrore le parole di un medico di guardia in un reparto per malati terminali che dice di dover andare ad innaffiare i vegetali”.[4] Forse la paura del controllo sociale, dell’individuo, ha una notevole forza terroristica e simbolica più nel discorso intorno alla manipolazione del nostro corpo, della nostra vita, che intorno ad altri temi.
[2] Ibidem, p.211.
[3] Telotte, Science Fiction Film, Cambridge University Press, New York, 2001, p. 174.
[4] Neil Elliot, The Gods of Life, New York, 1994, p. 93.
| Pubblicato in : Speciali, Il cinema di fantascienza |
“Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l’aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d’ora sarebbe stato all’inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo. Dicono che gli occhi sono le finestre dell’anima. Io non so di cos’erano la finestra quelli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un’altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c’è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos’è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. È non lo farò mai più […] non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l’ho sempre saputo che uno dev’essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. […] credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l’ho mai voluto”
(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy)

Non si può capire un capolavoro come “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, se non si è letto il romanzo targato Corman MacCarthy, un “maestro” che vive ad El Passo, nel Texas, in una solitudine fortemente voluta. O meglio i due risultano complementari, come del resto accadde ad altri capolavori (Crash della coppia Cronenberg–Ballard, Il Pasto Nudo della coppia Cronenberg-Burroughs, Arancia Meccanica della coppia Kubrick-Burgess).
Il film dei fratelli Coen distilla l’atmosfera e le riflessioni del romanzo, ottenendo un buon risultato. Il romanzo colma le distanze, inserendosi in tutto ciò che il film non ha potuto esporre per vari motivi (budget, lunghezza, o per scelta stilistica). È nel romanzo che si capisce pienamente lo squilibrio che governa la mente dello psicopatico Chigurg (nel film interpretato da un magnifico Javier Bardem), incarnazione reale della figura “mitologica” dell’ultimo Joker (interpretato dal compianto Heath Ledger, in Il Cavaliere Oscuro).
Chirurg ha un obbiettivo particolare, quello di recuperare la valigetta con il denaro presa dal cacciatore Moss, ma si ha la sensazione che il denaro non c’entra più di tanto con le sue azioni silenziose, lente e terrificanti. Chirurg è il male che arriva, non segue regole, è guidato dal caos (che per quanto arbitrario è governato da scelte inconsapevoli che ne ordinano il disegno), non ammette nessun ostacolo al suo passaggio. Non esistono amici, non esistono nemici. Solo scelte. Nel romanzo il suo fine è chiaro, esposto in uno degli ultimi dialoghi (in cui avviene la consegna della valigetta al legittimo proprietario) che svelano la folle motivazione e pervicacia con la quale Chirurg ha perseguito per tutta la narrazione il suo obbiettivo:
"Questa è sua disse. Che cos’è? Sono soldi di sua proprietà. L’uomo rimase a guardare la cartella. Poi si alzò, tornò alla scrivania, si chinò e premette un bottone. Non ci sono per nessuno, disse. Si voltò, posò le mani sulla scrivania alle sue spalle, si appoggiò all’indietro e osservò Chirurg. Come ha fatto a trovarmi? Disse. Che differenza fa? Per me fa differenza. Non si deve preoccupare. Non verrà nessun altro. Come lo sa? Perchè decido io chi viene e chi no. E adesso è meglio che andiamo al punto. Non voglio sprecare tempo a cercare di metterla a suo agio. Penso che sarebbe un compito disperato e ingrato. Quindi parliamo di soldi. Va bene. Ne manca una parte. Circa centomila dollari. Di questi, un po’ sono stati rubati e un po’ li ho usati per coprire le spese. Mi è costata parecchia fatica recuperare il suo denaro, quindi preferirei che non mi considerasse un latore di brutte notizie. In quella borsa ci sono due milioni e trecentomila dollari. Mi dispiace non essere riuscito a recuperare tutta la cifra, ma questo è quanto. L’uomo non si era mosso. Dopo un po’ disse: ma lei chi diavolo è? Mi chiamo Anton Chirurg. Questo lo so. Allora perché me l’ha chiesto? Cosa vuole da me? Intendevo dire questo. Be’. Direi che lo scopo della mia visita è semplicemente fornirle le mie credenziali. Di esperto in un campo difficile. Di professionista assolutamente affidabile e onesto. Qualcosa del genere.[…].Non sono tutti adatti a lavorare in questo settore. La prospettiva di guadagni smisurati porta certa gente a sopravvalutare le proprie capacità. Mentalmente, intendo. Si illudono di avere il pieno controllo sugli eventi mentre forse non è così. Ed è sempre il modo in cui procede su un terreno insidioso ad attirare o sviare le attenzioni dei nemici.E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?
Io non ho nemici. Non permetto che esistano."

È strano che un romanzo si riscopra dopo l’uscita della sua trasposizione cinematografica. Ma la forza o il monopolio del cinema è anche questo (si veda il caso Fight Club). È strano che un romanzo nato come padre debba complementare un testo filmico che risulta nascere dalle sue costole e risultarne quasi postumo.Ma cosa c’è all’interno di questi due capolavori, qual’ è la loro essenza?
McCarthy come sostiene Barrico “deve aver pensato che non era più tempo di poesia e visioni, per cui ha asciugato per bene la sua storia e quando è arrivato all’osso ce l’ha tirata dietro” e i fratelli Coen hanno raccolto l’osso e l’hanno lanciato agli spettatori. Hanno sapientemente mescolato l’azione della caccia all’uomo alle meditazioni del tutore della legge su un mondo violento che è cambiato e in cui non si riconosce. È l’osso la questione, il male la sua cartilagine.Due mondi si confrontano: la vecchia e la nuova generazione.Nelle riflessioni dello sceriffo (scritte in prima persona su quello che sembra essere il suo diario nel romanzo e tradotte in voce off nel film) si comprende che non è un luogo comune sostenere che il mondo non è più lo stesso perché il mondo è diverso fatti e dati alla mano:
"Era stato fatto un questionario sui problemi dell’insegnamento nelle scuole. E loro hanno ritrovato i moduli compilati e spediti da ogni parte del paese, con le risposte alle domande. E i problemi più gravi che venivano fuori erano tipo che gli alunni parlavano in classe e correvano nei corridoi. O masticavano la gomma. O copiavano i compiti. Roba così. E allora avevano preso uno di quei moduli rimasto in bianco, ne avevano stampate un po’ di copie e le avevano mandate alle stesse scuole. Dopo quarant’anni. Be, ecco le risposte. Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. E io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe è messo molto peggio di me. E quarant’anni non sono mica così tanti. Magari fra altri quaranta la gente avrà aperto gli occhi. Sempre che non sia troppo tardi".
Nella storia è come se si intrecciassero tre destini che vanno a delineare la distanza che separa due universi. Lo sceriffo che crede e spera ancora in un mondo di valori e ideali, non riesce a capacitarsi del cambiamento al quale non può opporsi perché è indipendente dalla sua volontà e come uno spettatore immobile e passivo cerca di indagarne e sviscerarne i segni. Moss che rappresenta lo stacco dai valori tradizionali , l’uomo che è attratto dalle nuove tentazioni (la valigetta è il simbolo della causa del male: droga e denaro) e abbandona la sua semplice vita. Chirurg e la sua moneta rappresentano il nuovo mondo, non soltanto l’arbitrarietà del male. Un personaggio che incarna i segni di qualcosa che si affaccia all’orizzonte, che sta prendendo vita, che ha ideato una nuova scala di valori, che non ha uno scopo e un fine ma segue un suo tracciato, un suo percorso. Non ammette eccezioni. E che esiste al di là della nostra consapevolezza. Come il male, del resto.
"Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata. […] la strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. […] ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso abbastanza inutile. La gran parte della gente non crede che possa esistere una persona del genere. È evidente che per loro è un bel problema. Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza? Capisci? Quando sono entrato nella tua vita, la tua vita era finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. Ma questo che significa? Non sono diverse. Stanno così. Lo capisci?".
I tre personaggi principali delineano l’archeologia di tre generazioni che vanno dal 1950 al 1990 circa. Diventano emblemi, testimoni del tempo che svanisce e cambia. Mostrandoci quanto, a volte, siamo incapaci di ammettere, imbrigliati e ancorati a valori e credenze che lentamente si dissolvono, la realtà delle cose, il cambiamento. Incapaci di osservare la mutazione (Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza?).