Finalmente è uscita la mia raccolta di racconti "Viscere" un libretto nero
la trovate sul sito www.statale11editrice.it. sotto la collana avantgarden.
questa è la presentazione:
Viscere è una raccolta di otto racconti,ognuno dei quali segue un percorso destinato a svelare la più intima essenza dell’essere umano.
Otto racconti solo apparentemente indipendenti fra loro, in realtà intimamente e inevitabilmente intrecciati, ognuno rappresentante una tappa di un unico percorso:un medesimo viaggio all’interno della malvagità, della perversione, dell’ossessione, di cui i personaggi sono espliciti emblemi e che, assumendo variegate forme, si nidificano nelle coscienze, in quanto essenza più profonda e autentica dell’essere umano come specie.
L’ossessione è motivo ricorrente di tutta la raccolta: è l’ossessione per il corpo di una donna che si fa strada in Alex seguendo un ascendente climax infernale di visioni, tormento, logorio. Con la stessa sinuosità serpentina del corpo della donna, la linfa dell’ossessione scorre nelle sue viscere e l’idea assillante del corpo conduce tutte le sue sensazioni ad assumere concretezza di materia, di carne: il ricordo di lei “schiaccia”, ”morde”, ”divora”, frantumando “la cartilagine del (suo) pensiero”. Tutto diventa materia, destinata a disgregarsi fino a quando il desiderio si tramuta finalmente in carne, in corpo: ma sono quelli di un’altra donna, su cui poter depositare solo rabbia e frustrazione.
Non esiste alcun punto di vista oggettivo che conduce la narrazione: a dominare è la coscienza dei personaggi, che vedono, agiscono, giudicano solo in base alla propria ottica distorta e alla propria eccentrica visione del mondo: gli oggetti, gli ambienti, le persone perdono la loro connotazione oggettiva e reale per assumerne una inedita, filtrata dalle loro percezioni e dalla loro immaginazione, pervenendo ad intensi flussi di coscienza e a soggettive associazioni di idee; il tutto reso dall’autore con frequente uso di metafore: dall’ossimoro, alla sinestesia, alla personificazione. A dominare sono, quindi, decisamente le sensazioni soggettive: quando Charles, protagonista del secondo racconto, trafigge con una lama il corpo di una prostituta sente gli occhi della donna conficcarsi nei suoi: un’arma spietata quasi al pari della sua. Charles si lascia trasportare nel suo sanguigno percorso più che dall’odio nei confronti degli uomini, dal puro godimento e dall’ebbrezza che gli deriva dal causare sofferenza fisica alle sue vittime: non può esserci spazio per nessun tipo di rimorso nell’animo di un uomo che percepisce il male dentro le proprie viscere, annidato nella più nascosta e inaccessibile profondità dell’essere; il finale, infatti, non prevede alcun tipo di conversione: il male può essere annientato solo dal male.
Un vero e proprio delirio di onnipotenza si impadronisce anche degli altri protagonisti, portandoli all’euforica sensazione di essere i padroni delle vite altrui, da poter sottomettere e manovrare a proprio piacimento. È la ricchezza, ovvero “la carta che rende potenti” a legittimare il delirio di onnipotenza del cinico protagonista del terzo racconto, che vede negli altri esseri umani solo burattini, schiavi, cani; tutto il racconto è pervaso dalla metafora canina: i suoi dipendenti e le sue donne scodinzolano verso di lui, i suoi servi sono mastini in guardia affinché nessuno scalfisca il loro padrone, e progressivamente diventa chiaro che si tratta delle stesse belve feroci che, in un piano narrativo parallelo, lo inseguono con demoniaca brama, divorando il corpo di colui che col suo potere aveva assunto il monopolio assoluto dei loro corpi e delle loro anime, delle loro speranze e dei loro sogni.
Leitmotiv della raccolta è la brama di possesso, di sopraffazione di vite altrui, il delirio di onnipotenza, la volontà di distruggere il prossimo; motivi che nel quarto racconto sono occasionalmente rivelati dall’ottica narrativa degli oppressi: nello stato di guerra, in cui ogni norma civile che regola i rapporti umani è sospesa, il predominio dell’uomo sull’uomo diventa legittimo e gli uomini possono rivelare la propria intima natura di aguzzini.
Un’altra vittima, anche se si tratta di un male decisamente diverso, è l’uomo dalla cui prospettiva si dipana il quinto racconto: un giornalista che commenta con sferzante ironia l’inneggiare della bellezza di corpi umani artificiali che avviene sotto i suoi occhi: non è ridicolo reputare Bellezza qualcosa che è solo il meccanico risultato di applicazione di materiali sintetici e delle esperte mani di un chirurgo? la vera bellezza è quella naturale ed è assolutamente soggettiva... Ma queste non sono forse vuote e banali formule dietro cui ci si nasconde per non ammettere di essere vittime plagiate da quei modelli di perfezione carnale che quotidianamente e in modo “indolore” ci vengono somministrati dai media? L’ammaliante dialogo fra i due chirurgi plastici richiama quello fra due dei, che al momento della creazione dell’uomo si scambiano opinioni su come modellarne il corpo… e non solo: la loro onnipotenza non si limita al plagio della carne, ma anche a quello della mente, se anche lo scettico protagonista del racconto, emblema dell’uomo del nostro tempo, non riesce più a percepire una bellezza diversa rispetto a quella artificiale a cui inconsapevolmente si converte.
Ossessione, brama di possesso, follia, perversione, delirio di onnipotenza, ipocrisia, irrazionalità:è intorno a questi temi che si snodano le esistenze dei protagonisti del libro; generando in loro varie forme di turbe psicologiche che li portano a concentrare tutte le loro energie psico-fisiche, le loro aspettative, i loro sogni in un’unica assillante idea; ad escludersi dal mondo esterno e dalla realtà oggettiva per rinchiudersi nella propria dimensione spazio-temporale, accartocciandosi all’interno delle proprie viscere, escludendo ogni elemento esterno ad esse. Una condizione di isolamento palese in Marco Benesio, protagonista del sesto racconto: del tutto avulso dalla realtà, per lui superflua, la sua intera esistenza è rinchiusa fra le mura della sua casa: vero e proprio scrigno contenente i gioielli più preziosi. Un’ esistenza votata all’autocompiacimento per essere “l’uomo che si è fatto da sé” e per essere riuscito a costruirsi un vero paradiso artificiale. La brama di possesso lo porta ad accumulare cose su cose, ma quando un destino avverso decide di privarlo delle sue uniche ragioni di vita esiste una sola tragica risposta per sopperire un vuoto altrimenti incolmabile.
Si può ignorare tutto ma non ciò che di più profondo e viscerale esiste all’interno di un uomo e neanche ciò che di più marcio è nascosto in un’enorme istituzione quale la chiesa cattolica. Al centro del settimo racconto l’odio viscerale del protagonista nei confronti del potere della chiesa: un vero e proprio esercito, quello dell’ipocrisia, che con i suoi fasti non potrebbe essere niente di più lontano dall’originario messaggio evangelico; un odio che vede chiaramente lo scarto tra la risonanza mondiale di un singolo evento che innalza un uomo a simbolo dell’umanità e quella che è la realtà concreta in cui nulla di fatto è cambiato: in fondo i popoli non si affrancano dalla loro miseria e non si abbattono barriere religiose. Un odio che, se non legittimato, è perlomeno giustificato dalla sua traumatica esperienza infantile di cui veniamo a conoscenza grazie alla presenza di un doppio piano narrativo che sovrappone e intreccia passato e presente.
Infine, dopo aver percorso un tunnel di ossessione, follia e perversione sembra quasi che l’autore voglia fare intravedere un barlume di luce e di speranza con l’ultimo racconto, che prende il via dal sentimento d’amore: autentico e disinteressato, amore puro, che trae la propria luce da se stesso, amore che però si è macchiato di un’unica e imperdonabile colpa: l’esser vissuto da “due carni allo specchio”, due omosessuali, a cui nulla vale l’aver trovato la forza di esprimere se stessi al mondo esterno, perché la viscerale intolleranza di quel mondo li addita come simboli di orrore e disgusto, assolutamente al di fuori dall’ordine naturale e dai piani di Dio.
L’opera presenta una struttura circolare, si conclude con le poesie del “libretto nero di Alex”: solitudine, delirio, disperazione, incubo, tenebre, vana ricerca di una via di fuga, lacerazione, sfibramento, visioni di sfaldamento: temi cruciali di questo testamento morale, espressione di quella febbre che lacera ogni brandello della sua anima. Una struttura circolare che nega qualsiasi possibilità di evoluzione, come condanna all’ immobilità, alla ripetizione, ad un perenne accartocciarsi all’interno della propria viscerale natura.
Si vorrà forse biasimare l’autore di aver concesso ai suoi personaggi un carattere monolitico, senza spazio per alcun barlume di speranza o per alcun tipo di ripensamento, ignorando la complessità della natura umana che non è solo malvagia…ma non sarà forse proprio il loro annidarsi in turbe psichiche e la loro brutale animalità a rendere i vari protagonisti di Viscere così irrimediabilmente umani?
Marilena DiStefano