
Antonio Moresco è un geniale autore contemporaneo che approda alla ribalta letteraria con Clandestinità nel 1993.
In questo piccolo spazio vi consiglio di leggere Canti del Caos che è la prima parte di un opera in due volumi.
Per questo romanzo non intraprenderò nessun discorso critico, mi limiterò a citarvi la quarta di copertina e a riportare qualche stralcio del romanzo cercando di stimolare la vostra curiosità.
Dalla copertina: “Un libro che sconvolge, che prende corpo per valanghe. Uno sguardo panico, una materia degradata e squarciata, un tessuto narrativo violento, ma anche straordinariamente lirico, da cui si levano voci esplosive autonome.”
“Sono il visitatore dei citoplasmi, l’ospite che entra nelle case in punta di piedi e che le lascia in fiamme. Io sono lo sposo di molte spose ma che non ha una sposa. Sono l’uomo che apre le pance, che fa scoppiare i libri”
Dal canto dell’investitore: “Fate presto voi a dire… ma provate un po’ a immaginare di mettervi ogni volta la sveglia prima di coricarvi quando fuori c’è ancora luce, nel tardo pomeriggio, e tutti gli altri sono ancora in giro tranquillamente per le strade, nei negozi, e di svegliarvi poi in piena notte, quando dormono tutti nel vostro caseggiato e si sentono i rumori del sonno venire dagli appartamenti vicini. E di fare poi colazione da soli, di vestirvi con gli abitanti adatti, e di scendere in silenzio le scale, ogni notte, a piedi o con l’ascensore, di fronte a quel suo grande specchio, e poi di sistemarvi nell’auto ancora fredda, posare le scarpe dalla soletta zigrinata sulla pedaliera, afferrare il volante con le dita che spuntano dai mezzi guanti, ogni notte, e di sentire il suono del motore che si accende di soprassalto nel garage silenzioso, prima di cominciare ad andare piano e quasi senza rumore, per le strade, e sbadigliare di tanto in tanto per il sonno. E di tenere ben fermo il volante quando vi si para di fronte il primo bersaglio, e sentite il colpo d’impatto contro il cofano, e vedete quella cosa che schizza contro il parabrezza, ogni notte, e di non girare il volante quando vi si para di fronte […] Non so cosa dirvi, io il mio dovere lo faccio, voi fate il vostro!”
I neonati: “li gettano negli scarichi delle immondizie, nei contenitori per la raccolta del vetro, nei fossi, nelle rogge. Li buttano nei cessi, ci rovesciano sopra secchiate di acido, di varechina. Li fanno volare nelle discariche, li fanno mangiare dai cani, dai sorci… calano a frotte sulle loro carni ancora bagnate , si gettano tutti assieme nelle loro pancine aperte, corrono via col muso tutto imbrattato, i fili delle budella ancora fumanti tra i loro lunghi denti. Gli spaccano a bottigliate le testoline appena spuntate mentre partoriscono a gambe larghe sul cesso, li tirano fuori con le unghie dipinte, coi morsi, piegate in due sulla tazza. Li gettano fuori dalle finestre, dalle auto ancora in corsa, di notte, si sentono scricchiolare anche stando a letto dentro le case, quando qualche macchina ci passa sopra, quella di quell’ uomo che gira in piena notte nelle strade deserte, e investe tutto quello che incontra, sale sui marciapiedi, non gli sfugge niente…”
Houellebecq, autore francese, nato nel 1958, si è affermato negli ultimi anni nel panorama letterario europeo con i romanzi Le particelle elementari, Estensione del dominio della lotta, e con i testi critici H.P. Lovecraft. Contro il mondo, contro la vita; Il suo ultimo lavoro è il romanzo La possibilità di un isola, che ha destato non poche polemiche.
Al fine di poter comprendere appieno la sua poetica e la sua visione del mondo vi consiglio di leggere Estensione del dominio della lotta. Un testo cardine del pensiero contemporaneo che esprime in modo analitico e dettagliato lo scivolare lento e inesorabile di uno stato d’insensibilità dal quale sembra non esserci via di fuga. Uno sguardo esatto sulla non-vita che circonda l’esistenza quotidiana farcito da alcune teorie sull’amore e sul potere. Da questo romanzo è stato tratto il film omonimo di Philippe Harel.
Ecco alcuni stralci del romanzo:
“Su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio.”
“Ho vissuto talmente poco che ho la tendenza a immaginare che non morirò; si direbbe inverosimile che una vita umana si riduca a così poca cosa; si immagina, magari controvoglia, che prima o poi qualcosa dovrà pur succedere. Grosso errore. Una vita può benissimo essere al contempo vacua e breve. I giorni scorrono miseramente, senza lasciare traccia né ricordo; e poi, di colpo, si arrestano.”
“Osservo che tutte queste persone sembrano soddisfatte di sé e dell’universo; è sorprendente, e anche un po’ osceno. Passeggiano torve, sfoggiando chi una certa aria abbruttita, chi un certo ghigno beffardo. Alcuni dei più giovani indossano giubbotti decorati con slogan ispirati all’heavy-metal più selvaggio: “Kill them all” o “Fuck and destroy”- comunque sembrano tutti accomunati dalla certezza di star trascorrendo un pomeriggio piacevole, essenzialmente dedicato al consumo e, per suo tramite, a contribuire al consolidamento del proprio essere. Alla fine osservo che io sono diverso da loro, senza tuttavia poter precisare la natura di tale diversità.”
“Nell’uomo il desiderio d’amore è profondo, allunga le proprie radici sino a profondità sbalorditive, e la molteplicità delle sue radichette si frammischia alla materia stessa del cuore.”
“Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Altrettanto, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi della società. Taluni vincono su entrambi i fronti. Le imprese si disputano alcuni giovani laureati; le femmine si disputano alcuni giovani maschi; i maschi si disputano alcune giovani femmine; lo scompiglio e la confusione sono considerevoli.”
“Fenomeno raro, artificiale e tardivo, l’amore non può prosperare se non in condizioni mentali speciali e solo eccezionalmente compresenti, e comunque in assoluto contrasto con la libertà di costumi che caratterizza l’epoca moderna. Veroniquè aveva conosciuto troppe discoteche e troppi amanti; un tale sistema di vita impoverisce l’essere umano e gli infligge danni gravi e sempre irreparabili. L’amore, come innocenza e come capacità di illusione, come attitudine a sintetizzare la totalità dell’altro sesso in un unico essere amato, è già raro che resista ad un anno di vagabondaggio sessuale, figuriamoci a due. In realtà, le esperienze sessuali accumulate nel corso dell’adolescenza minano e distruggono rapidamente ogni possibilità di proiezione d’ordine sentimentale e romantico; progressivamente, e molto rapidamente, si diviene tanto capaci d’amore quanto lo è una vecchia ciabatta. E di conseguenza si finisce per condurre un’esistenza da vecchia ciabatta; invecchiando si diventa meno seducenti, e questo provoca amarezza. Si comincia a invidiare i giovani, e presto l’invidia si trasforma in odio. Questo odio è inconfessabile […] Non resta altro che l’amarezza e il disgusto, la malattia e l’attesa della morte

Quale il confine tra l’illusione e la realtà? E soprattutto esiste un confine?
Ad una prima analisi del film di Cronenberg sono queste le riflessioni che ci poniamo.
Un film potente, semplice e profondamente moderno.
eXistenZ vede la luce nel 1999, anno in cui fa la sua apparizione negli schermi cinematografici un altro film destinato a diventare un capolavoro del cinema moderno: Matrix.
La storia, a detta dello stesso regista canadese, è ispirata alla vicenda dello scrittore Salman Rushdie, autore del romanzo “I versi satanici” , vittima di una fatwa, una condanna a morte, da parte di Khomeyni (attualmente lo stesso Rushdie vive ancora sotto protezione in Inghilterra).
Cronenberg rielabora, però, la vicenda di Salman Rushdie attraverso il suo originale punto di vista, trasferendo il dramma dello scrittore in un contesto virtuale. Infatti il film narra la vicenda di una creatrice di videogiochi, Allegra Geller, che minacciata di morte da un gruppo terroristico contrario alla vita di finzioni che i videogiochi offrono, fugge, dopo un attentato durante una prova del gioco eXistenZ con la sua guardia del corpo Ted Pikul.
Da qui in poi i protagonisti viaggeranno all’interno del mondo reale e di quello virtuale confondendo spesso il labile confine che separa i due mondi; fino all’epilogo finale che spiazza le aspettative che fino a quel momento lo spettatore si è fatto.
Oltre alla vicenda, che offre vari spunti sullo storico dilemma del libero arbitrio e della libertà di pensiero, tema che tra l’altro si dipana in modo straordinario all’interno della storia, l’originalità del film sta nel modo in cui viene rappresentato il gioco virtuale. Un gioco che diventa qui una sorta di trasformazione fisica e mentale dell’essere umano: l’uomo si fonde letteralmente con le piattaforme di gioco, prodotte con gli organi interni di alcuni animali trasformati geneticamente e che prendono la forma di strane sostanze.
Inoltre l’uomo per poter accedere al sistema centrale della piattaforma deve impiantare delle “bioporte” nella spina dorsale, che permettano il contatto, attraverso un cordone ombelicale, ai due sistemi. Questi dettagli rendono il film potentemente vicino ad una possibile visione metafisica della penetrazione virtuale, come se il piacere del gioco volesse avvicinarsi a quello della penetrazione carnale.
Quello della fusione con la tecnologia è uno dei temi più eversivi della poetica croneberghiana, lo ritroviamo in particolar modo in film come Il Pasto Nudo, Crash, Videodrome.
Ultimamente, ogni volta che vedo un film del regista canadese, penso e ripenso sempre alla frase di Tyler Durden in Fight Club: “Ancora non lo sai, ma le cose che hai ti possiedono”.
Brano tratto dal testo teatrale "Aspettando Godot" di S. Bechett
A: Vuoi che te la racconti?
B. No!
A: Farà passare il tempo. (Pausa).Due ladroni, crocifissi insieme al Salvatore. Dice che ...
B: Il cosa?
A: Il Salvatore. Due ladroni. Dice che uno fu salvat o e l'altro... dannato.
B: salvato da cosa?
A: Dall'inferno.
B: io me ne vado
A: e tuttavia... (Pausa). Come si spiega che... dì, non ti annoio mica, per caso.
B: Non sto ascoltando!
A: Come si spiega che uno dei quattro evangelisti, uno solo racconti il fatto in questo modo? eppure erano tutti e quattro là, o almeno da quelle parti. e uno solo dice che un ladrone s'è salvato. daì bisogna rilanciarmi la palla di tanto in tanto.
B: sto ascoltando
A: uno su quattro. quanto agli altri tre, due non ne parlano affatto, e il terzo dice che l'hanno insultato tutti e due.
B: chi?
A: come?
B: non ci capisco niente... (Pausa). Insultato chi?
A: il Salvatore
B: perchè?
A: perchè non ha voluto salvarli
B: dall'inferno?
A. ma no, stupido! dalla morte.
B: non avevi detto dall'inferno?
A: dalla morte, dalla morte.
B: bè, e allora?
A: allora saranno stati dannati tutti e due.
B: e perchè no?
A: ma uno dei quattro dice che uno dei due si è salvato
B: e con ciò? vuol dire che non sono d'accordo. punto e basta.
A: erano là tutti e quattro. e uno solo parla di questo ladrone salvato. perchè credere a lui piuttosto che agli altri?
B: e chi lo crede?
A: ma lo credono tutti. la gente conosce solo questa versione.
B: la gente è troppo cretina.
Padrenostro Giovanni

Sono seduto al tavolo con davanti un bicchiere di whisky; fumo una sigaretta e la macchina per scrivere attende impaziente che le imprimi le mie dita in corpo.
La mente è pervasa da un’unica frase: “il sole è forte e muoio affogando i miei disperati pensieri nel fluire delle tue iridi”.
Questi versi, Marco, li aveva scritti per lei, la sua Isabella, la prima volta in cui i loro corpi si erano amati.
Eravamo proprio seduti qui, in questo locale mentre lui mi raccontava del suo amore.
Ricordo che ad un certo punto entrò nel locale Isabella, si avvicinò a noi con passo lento, aveva il viso stravolto, il trucco scomposto, in disordine.
Si rivolse con gentilezza a Marco pregandolo di tornare a casa, che lei non era niente senza di lui.
Ricordo esattamente le frasi di Marco: “ma cosa cerchi in questo corpo decaduto, questo corpo capace solo di bevute notturne?”.
“L’amore!” rispose lei.
Se ne andarono insieme, abbracciati l’uno all’altra, sembravano un quadro di Munch, la danza della vita.
Marco non lo rividi più, qualche volta incontravo Isabella che mi dava delle poesie chiedendomi di leggerle, di aiutarlo, perché Marco in fondo non era cattivo, era un buon poeta.
Adesso ne ho una in mano è la trascrivo sui miei fogli: “le solide note di colori fuggiaschi/ di seta / di carne / di paura / di noia / nascondono abissi insondati / fragili specchi privi di riflesso /”.
Si racconta che Marco non usciva più da casa, che era impazzito, diventato folle ma io non credevo alle dicerie della gente, e anche se fossero state vere sapevo che aveva un’ uscita di scarto.
Così decisi di andarlo a trovare ma ogni volta che bussavo alla porta di quella piccola casetta in periferia nessuno veniva ad aprire; così decisi di rinunciare.
Isabella, dopo un po’, non si fece più viva, le nuove poesie di Marco le trovavo nella buca della lettere; erano la conferma, la mia conferma che Marco era ancora vivo.
Si raccontava per le strade che Isabella si prostituiva per racimolare soldi per l’eroina.
Si raccontava che Marco aveva l’aids.
Si raccontava che Isabella aveva abortito.
Ecco un’altra bella poesia di Marco: “il bicchiere tondo / sguainati gli occhi nel loro ondeggiare / di ricordi / dov’è la fine? / l’inizio?/”.
Il giorno del loro funerale eravamo poca gente, pochi intimi.
Quel giorno recitai le sue poesie ad alta voce accompagnato dal silenzio fluttuante del cielo limpido.
Si dice che la poesia è morta, se ciò è vero, io forse ho conosciuto l’ultimo poeta.
Lì trovarono abbracciati, consunti dalla fame, sfiancati dalla malattia che li aveva divorati.
L’ Aids aveva colpito, sinuosa e lenta come un serpente e la povertà aveva fatto il resto.
Ora si chiacchiera tanto per le vie, si dice che se la sono cercata, che la rettitudine è l’unica strada giusta, l’unico cammino che evita la morte, come se tutti non fossimo destinati inesorabilmente alla fine.
Si chiacchiera tanto di Isabella e Marco.
A volte si dubita anche che siano esistiti tanto le loro presenze erano impalpabili.
Io, qui, ho tra le mie mani la loro essenza, il loro folle e taciturno amore, la certificazione della loro esistenza, e penso che Marco aveva ragione quando diceva: “il passato è ciò che affiora dalle viscere dei nostri ricordi e c’è sempre una sorta di novità che zampilla, che si aggiunge e si mescola come in una sorte di continuum narrativo; né un inizio né una fine”.
Dedicato ad Amedeo Modigliani.
Giovanni Padrenostro