
E cos’è poi un virus? Forse soltanto una serie di immagini
come i geroglifici egizi che si fa reale
La minaccia della bomba atomica era ormai sepolta sotto la coltre della coscienza dell’essere umano, la sua presenza invisibile era entrata, ormai, a far parte della quotidianità, inglobata dal normale flusso della vita; tanto da diventare persino un’arma di divertimento per le simulazioni ludiche dei videogiochi e arma indispensabile per la vittoria di innumerevoli personaggi di storie improbabili. Memore in questo senso una scena del film Robocop,: in una pubblicità vediamo una famiglia giocare ad un gioco di società interattivo, in stile battaglia navale, basato sulle armi nucleari; è un dato evidente che una possibile guerra nucleare non faceva paura come durante l’arco della prima Guerra Fredda.
Gli incubi degli individui erano infestati di ben altri fantasmi, ben più invisibili e spaventosi rispetto al potenziale criminale della porta accanto; essi nell’immaginario popolare potevano trovarsi ovunque in cielo, in aria, in terra, nel cibo, nell’acqua.
E di certo una serie di paure individuali contribuirono ad alimentare un clima di paranoia totale, creando una sorta di paura “totale” che si nutriva di tante piccole e tremende ansie, ossessioni e fobie.
Ma di quali paure stiamo parlando?
Stiamo parlando della paura della malattia, del decadimento fisico del corpo e del degrado ecologico dell’ambiente.
Questi, mi si passi il termine, macro ambienti che si nutrivano (e si nutrono ancora) dell’energia dell’immaginario popolare si sotto dividevano in altre paure che si identificavano nei “corpi” che ne davano origine: il cancro, l’Aids, le radiazioni nucleari (in seguito alle perdite delle centrali nucleari), i pesticidi, le alterazioni ambientali. Il Pianeta Terra sembrava completamente inquinato e il confine tra il “pulito” e lo “sporco” appariva incerto.
Uno dei film che riflette nella sua struttura narrativa e visiva, questo clima paranoico è Soylent Green ( 2022: i sopravvissuti) di R. Fleischer (1973), dove in una New York del futuro ridotta a uno sterminato carnaio di trentacinque milioni di persone preda di fame, sete e ogni altra possibile indigenza, abbiamo un’allegorica rappresentazione della commistione morte – cibo, in quanto i sopravvissuti, ignari, vengono nutriti dalla lobby Soylent (fabbrica alimentare) con una sostanza sintetica ricavata dai cadaveri degli esseri umani (altro riferimento all’avidità disumana delle corporazioni). E come sostiene Telotte “a kind of secret cannibalism serves as a metaphor for our current condition, one which we are already unwittinngly in the proces of destroying ourselves consuming our fellow humans to maintain some semblance of a status quo”.[1]
Il cancro, pur se da molti stigmatizzato fino all’apparizione dell’Aids, era un’ossessione che invadeva totalmente la mente della popolazione tanto da essere ritenuto, soprattutto dalle donne, come una minaccia non solo per la propria vita ma anche per la sessualità e l’identità dell’individuo. Erano noti, per esempio, gli interventi di mutilazione a cui venivano sottoposte le donne con il cancro al seno (fortunatamente alla fine degli anni Settanta questo tipo di interventi perdettero la loro popolarità).
La realtà è che, inizialmente, si alimentarono e si diffusero innumerevoli teorie false e mitiche sulle malattie, spesso e volentieri il cancro veniva associato, per esempio, a insani comportamenti sessuali e alimentari delle vittime: “si sosteneva che i malati di cancro fossero dei masochisti, dei guerrieri cronici o persone incapaci di avere a che fare con la rabbia o la sessualità”[2].
Questa situazione paradossale si ripresentò anche nel caso della comparsa della malattia più terribile che la società abbia mai conosciuto sino ad oggi: l’HIV.
In un primo momento si ebbe difficoltà a legittimare ufficialmente la malattia; infatti già nel 1979, se non ancora prima, si ebbero casi di pazienti afflitti da un strana forma di malattia “Alvin Friedman – Kien, del New York University Medical Center, identificò un gruppo di pazienti colpiti da una rara malattia dermatologica, il sarcosma di Kaposi, molto impressionante a vedersi, coi suoi noduli bluastri e violacei sparsi sulla pelle. Il decorso della malattia è raramente mortale, ma questo gruppo di giovani pazienti morivano entro un arco di tempo dagli otto ai ventiquattro mesi dopo la diagnosi. Nello stesso anno, altri medici segnalarono quadri clinici analoghi”.[3]
Nel 1981 la malattia fu riconosciuta ufficialmente, ma come avvenne per il cancro iniziarono a diffondersi leggende e mitologie sulle sue cause, alimentate anche dalla confusione delle informazioni ufficiali e delle varie nomenclature della malattia stessa: inizialmente venne coniato il termine GRID ( Gay Related Immune Deficiency), sostituito poi dalla sigla AIDS (Aquired Immune Deficiency Sindrome), ed infine, nel 1986 il virus causa della malattia venne chiamato HIV (Human Immunodeficiency Virus). Un ulteriore aggravante alla instabilità sociale venne fornito dall’iniziale restringimento del contagio ad una fascia di soggetti sociali, già tendenzialmente abbastanza vittime di marginalizzazione, i cosiddetti 4h: emofiliaci, omosessuali, tossicodipendenti, haitiani.
Come ha lucidamente proposto Gilman nel suo libro: “La comparsa della malattia alla fine degli anni 70 collegò tra loro due aspetti sociali (in quel momento) ben distinti: primo, la crescita dei casi di malattia trasmesse sessualmente, segnalate nel 1975 dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases, che aveva messo al primo posto questo tipo di malattie tra le priorità dell’Istituto; secondo, la crescente consapevolezza pubblica della presenza del movimento di emancipazione omosessuale, almeno nelle grandi aree urbane, in seguito alla cosiddetta rivolta di Stonewall, nel Greenwich Village (1969), durante la quale si svolse una violenta manifestazione contro le vessazioni poliziesche verso gli omosessuali”.[4]
A tutto questo andava ad aggiungersi, come detto, la paura delle centrali nucleari e dell’inquinamento ambientale, in seguito a due avvenimenti fondamentali: nel 1979 uno dei due generatori della centrale nucleari di Three Mile Island rilasciò vapore radioattivo costringendo 200.000 residenti ad evacuare la zona e nel 1981 a Chernobyl scoppiò un reattore nucleare.
E scusate se è poco.
Il cinema di fantascienza nell’affrontare tali paure sembra adottare una serie di atteggiamenti diversi tra loro, infatti, abbiamo da una parte un regista come D. Cronenberg (il quale pur restando ai margini del circuito commerciale di Hollywood all’inizio della carriera, resta comunque un punto di riferimento per l’interpretazione di questo periodo storico molto complesso) mette in scena l’invisibile “mostro” che si aggira per il pianeta adottando uno sguardo clinico, capace di mostrare “fisicamente” la metafora della mutazione e del contagio, in un modo che contagia l’immagine stessa del cinema, in una fusione tra Horror e Fantascienza; né sono esempi film come Shivers (Il Demone sotto la pelle) (1975), Rabid (Rabid – Sete di Sangue) (1976), The Brood (Brood – la Covata Malefica) (1979), The Fly (La mosca) (1986).
Su un altro versante, il cinema degli “alieni” in una simile commistione di genere, riorganizza il valore metaforico della figura aliena sostituendo alla simbiosi pericolo comunista = alieno la seguente uguaglianza: cancro – infezioni - virus = alieno. In particolare come sostiene Renato Giovannoli: “il virus è un altro dei modelli dell’alieno parassita: un esserino grande 1/10000 di mm, incapace di sopravvivere senza un organismo da parassitare; l’infezione comincia con la fusione della membrana di un virus con quella della cellula infettata, il materiale genetico del virus passa alla cellula e si integra con quello della cellula, quindi il virus riesce ad appropriarsi del meccanismo biosintetico della cellula e le fa fabbricare numerose copie di se stesso; infine la cellula scoppia e libera i nuovi virus che infetteranno le altre cellule”.[5] Ne sono esempi film come Andromeda di R. Wise (1970), Alien di Ridley Scott (1979) e Aliens (Aliens - Scontro Finale) di James Cameron (1986), Invasion of the Body Snatchers (Terrore dallo Spazio Profondo) di P. Kaufman (1979), La cosa di Carpenter (1982), Space Vampires di Tobe Hooper (1986).
Per quanto riguarda invece film che coniugano il tema sul degrado ecologico e sull’apocalisse con quello sulle malattie vi sono rari esempi (poiché questa commistione sarà ripresa con più interesse nel periodo successivo) tra i quali 1975: Occhi Bianchi sul Pianeta Terra, 2022. i sopravvissuti; 2000 – la fine del mondo di C. Wilde (1970).
[1] Telotte, Science Fiction film, Cambridge University Press, New York, 2001, p.104.
[2] Joanna Bourke, Paura - Una Storia Culturale, 2007, p.304.
[3] Sander L. Gilman, Immagini della Malattia – Dalla follia all’Aids, Il mulino 1988, p. 338.
[4] Ibidem, p.340.
[5] Renato Giovannoli, La Scienza della Fantascienza, Bompiani, 1991, p.51.
Per quanto riguarda la nozione di “realismo” che diviene sempre più bizzarra, è un concetto che dipende dalla nozione più ampia di “realtà” e ho paura di non avere una definizione. Le tradizionali nozioni di realismo nell’arte, che comunque sono costantemente riviste, sembrerebbero fluttuare sulla scia di Einstein e dei fisici quantistici che vennero dopo di lui. Il fisico Niels Bohr, nel condurre esperimenti sulle particelle utilizzando le tinozze della fabbrica di birra Carlsberg, a Copenaghen, affermò come è noto, che, in ultima analisi, tutte le nostre osservazioni sul cosmo e sui quanti possono essere valide osservazioni su noi stessi, sui processi della nostra consapevolezza. Questa divenne nota come l’interpretazione di Copenaghen, e anche se avrei da ridire sui gusti di quell’uomo in fatto di birra non mi sento di discutere le basi della sua teoria.
Il fatto è che non possiamo mai percepire direttamente nessun fenomeno del genere come realtà putativa tutto ciò che possiamo percepire sono appunto le nostre percezioni che, messe insieme, formano un mosaico, costantemente aggiornato, della capacità (o incapacità) di comprendere ciò che definiamo “realtà”. Se, per esempio, prendiamo un evento umano drammatico come un omicidio, qual è la realtà della situazione? Quella legale e nessun’altra? Può darsi. Se fossimo carne e nulla più, allora credo potresti dire che le realtà legali sono le uniche, in una situazione del genere. D’altra parte se in noi c’è più che semplice carne e balistica, allora bisogna senz’altro tener conto di altri fattori. Quali erano i pensieri e i sentimenti della vittima? E quelli dell’assassino? E di coloro che hanno assistito o erano coinvolti nell’omicidio? Non erano forse una parte… forse quella più grande… della realtà dell’evento, anche se si tratta solo di impressioni soggettive? E cosa dire di astrazioni, come le implicazioni sociologiche del delitto? E dei suoi significati mitici e poietici nello schema più vasto delle cose?
Tutti questi sono di sicuro aspetti della realtà egualmente validi. Io suggerisco che se la realtà fosse davvero una mera questione di leggi, balistica e rozzi strumenti meccanici, per noi le cose sarebbero dannatamente più semplici. L’angosciante e grandiosa verità è invece che le nostre fantasie sono reali. Esistono, anche se in un regno immateriale oltre la portata della ricerca scientifica e dell’indagine empirica. Influenzano il nostro atteggiamento e altrettanto fanno col mondo materiale, in meglio o in peggio. In effetti, la fantasia è una componente fondamentale della realtà e non la si può discutere come di un’entità a sé stante.
La sublime trilogia di Gormenghast di Mervyn Peake, esclusa sprezzantemente dal canone comunemente accettato della degna letteratura inglese di valore per ragioni probabilmente non dissimili da quelle che attribuisco ad un pezzo del Journal, è un ritratto della vita onirica ed emotiva, al confine col rito, dell’Inghilterra degli anni Quaranta e Cinquanta, un’istantanea ossessiva e ricca di significato che no avrebbe potuto essere composta in nessun altro modo se non con il fantasy. Se dovessimo escludere ogni cosa che sta oltre l’angusto steccato del realismo dall’ambito di ciò che consideriamo arte seria e valida, in un lampo avremmo eliminato la quasi totalità della cultura mondiale: potremmo dire addio a Swift, Rabelais e a tutta l’arte o la letteratura basata su temi mitologici. Addio a Pynchon, Burroughs, Blake. Wilde se ne deve andare, o almeno il ritratto di Dorian Gray, Hawthorne per Il fauno di marmo, Henry James per Giro di vite. Quanto a M.R. James, W. H. Hodgson, Wells, Verne, Eddie Poe e altri perdenti simili, legati alla letteratura di genere, non avrebbero speranza. E mentre diamo fuoco al sipario, non dimentichiamoci dell’assoluta assenza di realismo umano, emotivo o dialogico nella maggior parte letteratura del Diciottesimo secolo, e diamo alle fiamme pure quella. In seguito potremo, presumibilmente, frequentare tutti il medesimo vicolo cieco inconfutabilmente coraggioso e reale di Hemingway e succhiare la Webly [un tipo di pistola, ndt] di nostro padre con la maggiore verosimiglianza di cui siamo capaci. L’idea che l’arte debba essere soltanto uno specchio della realtà mi è sempre sembrata dannatamente arretrata, dato che l’arte è sempre e comunque ben ripulita e vestita come si deve, laddove la Realtà indossa un paio di Adidas vecchie di due anni e una maglietta di Toy Story. Per quanto mi riguarda, compito della realtà è provare a riflettere sull’arte. Il proposito dell’arte non è di rispecchiare la realtà, bensì di plasmarla in base alle impressioni e alle sensazioni che l’arte stessa lascia nella mente umana.
Arancia Meccanica, capolavoro di S. Kubrick, tratto dal romanzo di Anthony Burgess è un allucinante sguardo freddo e distaccato sulla violenza del singolo e della società, non propone soluzioni, non esprime giudizio, esaltazione o condanna. Delinea una traiettoria discendente sia del singolo individuo che dello Stato, mostrando come la violenza sia da sempre uno strumento nelle mani del potere che tramite esso diventa arbitro e controllore della vita degli individui. Esiste, quindi, un connubio tra la violenza e il potere.
Lo stesso regista sottolinea questa natura fondante della società: “alla fine il governo è indotto a utilizzare la violenza dei peggiori membri della società per i propri fini: si allea con Dim e Georgie, che diventano poliziotti, e naturalmente con Alex. L’ultima scena deve essere letta all’interno del suo contesto satirico: <ero proprio guarito> ricorda il grido del dottor Stranamore: <Mein Fùhrer, posso camminare!> L’immagine di Alex imboccato come un bambino da questa società totalitaria e definitivamente corrotta, se al livello più immediato e superficiale funge da elemento comico, risulta anche un ottimo simbolo”.[1]
Kubrick non usa mezzi termini quando mette in scena la violenza, le scene sono estremamente soffocanti per la loro malvagia crudeltà, e si inizia da subito, dopo la splendida entrata in scena di Alex e i suoi compagni al Milkalbar, infatti, i primi venti minuti del film mostrano la banda dei drughi all’azione: prima picchiano selvaggiamente un povero vecchio barbone, poi ingaggiano una furibonda lite con la banda di Little Boy e dopo una sfuriata di ultravelocità da cinebrivido con un auto rubata (causando parecchi incidenti), irrompono in casa di uno scrittore picchiandolo e violentandone la moglie.
L’estrema crudezza delle scene di violenza causarono non pochi problemi alla pellicola che andò incontro a numerosi divieti, soprattutto in Inghilterra, dove per trent’anni venne proibito di proiettarlo pubblicamente.
Il messaggio fondamentale del film e del romanzo è una difesa del libero arbitrio di ogni individuo, della scelta individuale (questo risulta un motivo fondamentale, dato il periodo), quasi una difesa a oltranza, e per realizzare ciò si crea un personaggio che è la proiezione del nostro inconscio, dei nostri desideri più nascosti, tanto da risultare come il prodotto di uno slogan tipico dei movimenti giovanili: “Prendo i miei desideri per la realtà, perché credo nella realtà dei miei desideri”.[2]
Il personaggio di Alex ci introduce in un mondo dove la violenza è un sistema di controllo e di prevaricazione, perché essa si esplicita in ogni forma, dalla violenza fisica alla violenza morale.
All’inizio siamo portati a pensare che i drughi sono di quanto più malvagio possa esserci, specialmente se prendiamo in considerazione la sequenza dello stupro della moglie dello scrittore: dopo esser entrati con l’inganno fingendo che uno di loro si sia sentito male, rovesciano e sfasciano i suoi mobili, immobilizzano le loro vittime e le picchiano cantando allegramente il motivetto Cantando sotto la pioggia; poi dopo aver legato con un nastro adesivo lo scrittore, tappandogli la bocca con un mela, violentano la moglie sotto gli occhi dell’inerte marito. In seguito la moglie per il dolore delle violenze subite si suiciderà e il marito resterà paralitico. In questa parte da incubo è mostrata tutta la violenza di cui è capace un individuo, il potere che la violenza esercita sugli individui, la forza che prende e manipola gli uomini. Questa metafora nel proseguo del film, come detto, si rende più esplicita fino a toccare tutta la società: la religione, la scienza, il governo. Tratteggiando una società ipocrita e falsa. Ma procediamo con ordine.
La religione non opera per il libero arbitrio dell’individuo ma cerca di esercitare un controllo attraverso la manipolazione delle coscienze in quanto esercitare il bene porta ad un premio mentre esercitare il male porta inevitabilmente ad una punizione. E proprio durante la lettura della Bibbia che Alex apprende questo fondamentale insegnamento, comprendendo che l’uso della violenza da parte della società sui singoli individui è il cemento su cui regge la civiltà. Una constatazione che si fa più convincente dopo la sua uscita dal carcere: infatti dopo essere stato sottoposto alla cura Ludovico Alex è un burattino nelle mani del prossimo, e immancabilmente sarà picchiato e torturato dalle sue stesse vittime che adesso possono esercitare il loro potere su di lui. Inoltre il connubio potere-violenza gli viene confermato dall’incontro con i suoi ex compagni che sono diventati dei poliziotti, e che adesso possono esercitare legalmente la loro brutalità.
La scienza non poteva restare esclusa da questo circolo vizioso, in quanto con la cura Ludovico cerca di esercitare una violenza sull’uomo annullandone la propria natura per esercitare un controllo totale sulla sua volontà, con l’arroganza che la contraddistingue, come sostiene lo stesso regista: “Naturalmente io non considero la scienza un male, ma ritengo che debba essere controllata con intelligenza dalla società. Durante i primi esperimenti di Los Alamos sulla bomba atomica, alcuni fisici erano del parere che dalla prima esplosione si sarebbe sviluppata una reazione a catena capace di distruggere l’intero pianeta. Ovviamente, ritenevano che fare un tentativo sarebbe stato un errore. Ma un altro gruppo più influente, che in seguito si dimostrò avere ragione, dichiarò che non ci sarebbe stata nessuna reazione a catena, e decise di fare l’esperimento. Il fatto che un gruppo di scienziati competenti e responsabili avesse motivo di credere che l’esperimento avrebbe causato la distruzione del mondo (e all’epoca non c’era sicuramente nessun modo di provare che avevano torto) doveva essere un motivo sufficiente per astenersene. Ma non sono stati ascoltati: questo mi è sempre parso un esempio inquietante di quanto possa essere imprudente la scienza, quando si appassiona a un’idea seducente”.[3]
La violenza, quindi, in tutto l’arco del film è presentata come un strumento per il controllo totale dell’individuo, soprattutto delle fasce deboli della popolazione, dato che i criminali sono in qualche modo reintegrati in questa sorta di gioco collettivo; la violenza assume la forma di un cerchio dal quale è impossibile uscire fuori. La scena finale è l’accettazione della legge “naturale” su cui si regge la società: Alex, mentre viene imboccato, sogna il nuovo futuro che lo attende, il suo nuovo ruolo sociale, e lo vediamo mentre violenta una ragazza applaudito da un numero di persone sorridenti e vestite a festa, a simboleggiare la spettacolarizzazione del ritrovato connubio tra la violenza e il potere.
CARAVAN di Michele Medda (Sergio Bonelli Editore)

È appena uscito il quinto numero “Come i Lupi” (che, ammetto, devo ancora leggere; ma che ho preso!) della miniserie bonelliana CARAVAN.
È giunta l’ora di abbozzare un breve impressione, mi pare che c’è un bel po’ di materiale sul quale ragionare.
In breve la cornice che fa da traino all’evolversi degli eventi: La tranquilla vita della cittadina di Nest Point, negli Stati Uniti, è turbata da uno strano fenomeno meteorologico che blocca temporaneamente tutti i dispositivi elettrici, elettronici e le automobili; interviene l'esercito, che organizza l'evacuazione della città e fa partire un esodo di tutti i cittadini in una colonna d'auto, diretta verso una destinazione ignota.
È da questa situazione fantastica che prendono l’avvio le vicende della cittadina di Nest Point, un groviglio di vicende che mettono a nudo in una “situazione eccezionale” le forze e le debolezze dell’essere umano, i suoi vizi e le sue virtù.
Ma non solo.
La famiglia Donati, metafora di una possibile resistenza alle forze ignote e oscure che circondano e assediano il nostro vivere, è la vera energia attorno alla quale gravitano le vite dei cittadini di Nest Point. La famiglia (con le gioie e i dolori che si trascina) e le singole storie individuali di personaggi al limite (con le loro libertà e le loro solitudini) sono le dicotomie, pertanto, attorno alle quali si muove l’intreccio narrativo di tutta la vicenda. Giochi di potere si scatenano contro la coesione e la morale della famiglia Banks (LA PAROLA DI UN LEADER, n. 3), ingordigia e affarismo distruggono la famiglia Richards (IL CIELO SU NEST POINT, n. 1), alcolismo e maschilismo minano la famiglia Shawnessy (LA STORIA DI CARRIE, n. 4), menzogne e indifferenza sembrano affondare la famiglia Donati (n. 4). All’orizzonte si stagliano personaggi che cercano di conquistare una libertà che le permetta di ricercare un senso alla propria esistenza; efficaci in questo senso le storie di Carrie Shawnessy(n. 4) e Stanley Curtis Lee (IL RIBELLE, n.2). Quindi la situazione fantastica e paradossale che sono costretti ad affrontare i cittadini di Nest Point permette a Medda (in accordo anche con le nuove serie americane, vedi ad esempio Lost) di raccontare una serie di storie che analizzano i rapporti complessi e le forze che sottostanno alla nostra società, alla nostra quotidianità. Questo intento è del resto evidente e anche sottolineato dalla rubrica “Sulla Strada” che apre ogni episodio indicando i temi impliciti all’episodio attraverso anche la citazione di una carrellata di film. Come a dire che ogni episodio, così, si erge a tassello della più grande tavolozza dell’immaginario collettivo che è in ognuno di noi.
Una nota meritano anche le copertine ma qui vi invito a leggere il post dello stesso autore di CARAVAN:
Il documentario in tre parti che segue questa breve premessa è stato realizzato da Alessio Ferraiuolo.
Alessio attraverso una lucida e interessante analisi svela i temi sottesi e le implicazioni di una delle opere più emblematiche e sovversive della cinematografia cronenberghiana. Infatti, in Videodrome, in accordo con le teorie di Marshall McLuhan, Cronenberg analizza il rapporto tra l’essere umano e la televisione, tra l’uomo e la macchina; un tema che percorre il corpo delle sue opere più strettamente filosofiche e sociologiche e di cui Videodrome rappresenta il primo tassello (vedi il mio saggio su la nuova carne). Il tema principale del film è la mutazione, la creazione della cosiddetta nuova carne; come ci ricorda Alessio, il passaggio dal verbo che si fa carne alla video parola che si fa carne è dato.
Il documentario spinge l’acceleratore anche su un altro aspetto importante. Infatti, questo mutamento ha in qualche modo a che fare, come ci suggerisce Alessio, che cita tra l’altro anche altri due “geni” come Carpenter e Romero, con l’ecosistema: Media – Manipolazione – Controllo - Consumismo.
E allora, che cosa è Videodrome?

Come sarebbe il mondo se l’esito finale della seconda guerra mondiale fosse risultato favorevole alle forze dell’Asse?
È questa la domanda alla quale l’intero romanzo cerca di dare una risposta.
P. Dick “era profondamente consapevole di essere non un semplice spettatore del fenomeno di disintegrazione delle categorie conoscitive del reale di fronte all’avanzata degli strumenti della comunicazione di massa (e, in questo senso, il fatto che non potesse essere a conoscenza dei progressi dell’informatica significa poco o nulla), ma piuttosto di essere parte e testimone, coinvolto totalmente in quanto individuo e in quanto scrittore, di una metamorfosi che sarebbe oggi troppo banale definire della realtà, e che invece riguardava appunto i linguaggi della comunicazione, le parole, i racconti, le forme del narrare attraverso cui tutto – dalle vicende personali di un individuo ai grandi eventi storici – viene rivissuto e tramandato. Il senso della vita si traduce nello sforzo vano, ma necessario, di interpretare una catena di eventi che sono già stati manipolati, rimontati, non solo dalle forze imperscrutabili del potere costituito, ma dalle allucinazioni individuali, che trasformano ogni paesaggio in uno scenario paranoico, rendendolo simile a un sogno, a una favola, a un mito, alla fantasia di un universo alternativo, a una storia mai avvenuta, e che tuttavia può esistere nella testa di qualcuno, a una leggenda, a un film, a un romanzo di fantascienza che non rispetta né le regole del genere, né quelle delle coordinate storiche in cui i lettori sono felicemente (o infelicemente) inseriti”[1].
Come suggerisce Pagetti tutti questi motivi si trasferiscono nel romanzo, una sorta di gioco agli specchi dove varie “realtà” si confondono. Infatti, oltre al piano storico nel quale i protagonisti del romanzo si muovono (un mondo diviso dalle due grandi potenze vincitrici del conflitto, Germania e Giappone, che si sono equamente spartiti il territorio americano), esiste un altro piano storico descritto nel romanzo “La cavalletta non si alzerà più” dello scrittore Abendesen (romanzo ispirato dalla consultazione del I Ching, il libro cinese degli oracoli) che narra un’altra “storia”, un altro mondo, dove Giappone e Germania sono stati sconfitti dalle forze alleate. Ma neanche questa storia rispecchia la “realtà”(altro piano storico) che noi lettori conosciamo, nel romanzo di Abendsen il mondo è diviso in due tra Impero Britannico e Stati Uniti d’America, l’Unione Sovietica non esiste più e l’immenso mercato cinese dipende dalle fabbriche di Detroit e Chicago. Il sistema occidentale ha raggiunto un’armonia complessa ma funzionale.
Il romanzo di Dick gioca sulla contrapposizione tra reale e irreale, tra l’arte e la contraffazione (in questo senso molto efficace la storia del mercante Childan, che vende manufatti artistici americani, contraffatti a sua insaputa, ai collezionisti giapponesi).
Come si dice “è un romanzo da leggersi”.
Qui di seguito due stralci dal romanzo:
“Be’, stammi a sentire: tutta questa faccenda della storicità è una sciocchezza. Quei giapponesi sono suonati. E te lo dimostro” Si alzò, andò di corsa nello studio, e ritornò quasi subito con due accendini che posò sul tavolino. “Guardali. Sembrano uguali, no? Be’, ascoltami. In uno di essi c’è la storicità.”Le rivolse un sorrisetto. “Prendili. Fa’ pure. Uno vale, oh, forse quaranta o cinquantamila dollari sul mercato del collezionismo.”
La ragazza prese con cautela i due accendini e li esaminò.
“Non la senti?” le disse, sardonico. “La storicità?”
“Che cos’è la storicità?” chiese lei.
“E quando un oggetto ha la storia dentro di sé. Stammi a sentire. Uno di questi due Zippo era nella tasca di Franklin D. Roosevolt quando venne assassinato. E l’altro no. uno ha la storicità, anzi ne ha un sacco; più di quanto un oggetto ne abbia mai avuta. L’altro non ha niente. Riesci a sentirla?” La urtò con il gomito “no, non ci riesci. Non riesci a distinguerli l’uno dall’altro. Non c’è nessuna mistica presenza plasmatica, nessuna aura che lo circonda”.
“Dai” disse la ragazza, intimidita. “È proprio vero? Che aveva uno di questi con sé, quel giorno?”
“Certo. E io so qual è. Capisci il mio punto di vista? È tutto un grosso imbroglio ; e sono loro a dettare le regole. Voglio dire, una pistola viene impiegata in una famosa battaglia, come quella di Meuse-Argonne, ma se non fosse stata usata sarebbe esattamente la stessa. A meno che tu non lo sappia. È tutto qui.” Si toccò la testa. “ Nella mente, non nella pistola. Io sono stato un collezionista. Anzi, è proprio per questo che adesso dirigo un’attività del genere. Collezionavo francobolli. Delle antiche colonie inglesi”.
Adesso la ragazza era davanti alla finestra, a braccia conserte, e fissava la luci del centro di San Francisco. “Mio padre e mia madre dicevano sempre che non avremmo perso la guerra se lui fosse sopravvissuto” disse.
“D’accordo” riprese Wyndham-Matson. “Ora immagina che, diciamo lo scorso anno, il governo canadese o qualcun altro, chiunque altro, avesse scoperto le lastre da cui sono stati stampati alcuni vecchi francobolli. E l’inchiostro, e una provvista di…”
“Io credo che nessuno di quei accendini sia appartenuto a Franklin Roosevelt” disse la ragazza.
Wyndham-Matson ridacchiò. “è proprio questo il punto! Dovrei dimostrartelo con qualche documento. Una dichiarazione di autenticità. Perciò è tutto un falso, un illusione di massa. È il documento che dimostra il valore dell’oggetto, non l’oggetto stesso!”
“Fammi vedere il documento”
“Ma certo.” Si alzò con un balzo e tornò nello studio. Staccò dal muro il certificato incorniciato dello Smithsonian Institute; il documento e l’accendino gli erano costati una fortuna, ma ne era valsa la pena… perché gli consentivano di dimostrare che aveva ragione, che la parola ′falso′ non significava niente, dal momento che non significava niente neanche la parola ′autentico′.
“Una Colt 44 è una Colt 44” gridò alla ragazza mentre tornava velocemente in soggiorno. “E questo dipende dalle sue componenti, calibro, disegno, e non dall’età che ha dipende da…”
La ragazza allungò una mano. Lui le porse il documento.
“Così è autentico” disse lei alla fine.
Sono simile a quest’uomo dal punto di vista razziale? Si domandò Baynes. Simile a tal punto da avere le stesse intenzioni e gli stessi obiettivi? Allora c’è anche in me quella vena psicotica. È un mondo psicotico, quello in cui viviamo. I pazzi sono al potere. Da quanto tempo lo sappiamo? Da quanto tempo affrontiamo questa realtà? E… quanti di noi lo sanno? Non Lotze. Forse se no sa di essere pazzo, allora non è pazzo. Oppure può dire di essere guarito, finalmente. Si risveglia. Credo che solo poche persone si rendano conto di tutto questo. Persone isolate, qua e là. Ma le masse… che cosa pensano? Tutte le centinaia di migliaia di abitanti di questa città. Sono convinte di vivere in un mondo sano di mente? Oppure intravedono, intuiscono in qualche modo la verità?
Ma, pensò, che cosa significa la parola pazzo? È una definizione legale. E per me, che significato ha? Io la sento, la vedo, ma che cos’è?
È qualcosa che fanno, qualcosa che sono. È la loro inconsapevolezza. La loro mancanza di conoscenza degli altri. Il fatto di non rendersi conto di ciò che fanno agli altri, della distruzione che hanno causato e che stanno ancora causando. No, pensò. Non è quello. Non lo so; lo sento, lo intuisco, ma… sono volutamente crudeli… è quello? No. Dio, pensò, non riesco ad arrivarci, a chiarire il concetto. Forse ignorano parti della realtà? Sì. Ma c’è di più. Sono i loro progetti. Sì, i loro progetti. La conquista dei pianeti. Qualcosa di frenetico e folle, così come lo è stata la loro conquista dell’Africa, e prima ancora dell’Europa e dell’Asia.
La loro visione: è cosmica. Non un uomo qua, un bambino là, ma un’astrazione: la razza, la terra. Volk. Land. Blut. Ehre.[2] Non l’onore degli uomini degni d’onore, ma l’Ehre stesso; per loro l’astratto è reale, e il reale è invisibile. Die Gute[3], ma non gli uomini buoni, non quest’uomo buono. È il loro senso dello spazio e del tempo. Essi vedono attraverso il “qui” e “ora”, nell’enorme e nero abisso che c’è al di là, nell’immutabile. E questo è fatale alla vita. Perché alla fine non ci sarà più vita; una volta c’erano soltanto le particelle di polvere nello spazio, gli ardenti gas di idrogeno, e niente più, e così tornerà a essere. Questo è un intervallo, ein Augenblic[4]. Il processo cosmico procede a grandi passi, frantumando la vita e riducendola di nuovo a granito e metano; la ruota gira sempre per tutta la vita. È tutto temporaneo. E loro – questi pazzi – rispondono al granito, alla polvere, al desiderio dell’inanimato; essi vogliono aiutare la Natur.
E io, pensò, so perché. Vogliono essere gli agenti, non le vittime della storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo. Sono soprafatti da qualche archetipo; il loro ego si è dilatato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove cominciano loro e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l’ego gonfiato a dismisura, fino all’estremo… la confusione tra colui che adora e colui che è adorato. L’uomo non ha divorato Dio; Dio ha divorato l’uomo.

È chiaro che sia la struttura monotona e ripetitiva del romanzo che la struttura formale del film sono scelte stilistiche fatte per rappresentare in modo efficace la logica che muove l’agire dei personaggi; è normale che Ballard abbia scelto di rappresentarla attraverso lunghe e ripetitive dettagliate descrizioni dei rapporti tra i personaggi e le automobili mentre Cronenberg abbia deciso di mostrare più che suggerire questo connubio tecnologico: è la messa in scena di una psicopatologia.
Io sono convinto che Crash (sia il film che il romanzo) contenga in sé significati ancora latenti che, tanto il regista quanto lo scrittore, non hanno tenuto in considerazione.
Se osservassimo con un ampio sguardo tutta la cinematografia del regista danese (fino a Crash, si intende) ci verrebbe naturale sostenere che: “Si direbbe che Cronenberg abbia passato tutta la sua carriera – inconsciamente, scuro – a preparare un film come Crash. Occorre un talento straordinario per riuscire in un opera come questa”[1]. Come se Cronenberg avesse letto il romanzo nel 1973 (ano della sua pubblicazione) e da quel momento in poi non abbia fatto altro che sperimentazioni (passando per il Pasto Nudo) per impadronirsi totalmente della sua tecnica cinematografica al fine di poter realizzare il film da sempre sognato.
In effetti, come ho già detto in precedenza, nei vari film di Croneberg, che coprono l’arco di tempo che va dalla pubblicazione di Crash alla sua realizzazione, la tematica ricorrente è il rapporto tra l’uomo e la tecnologia, tra l’uomo e gli oggetti che lo circondano e che ne definiscono l’identità; in una sorta di sperimentale congiunzione carnale (si veda in Videodrome la scena in cui Mark si inserisce una videocassetta nello stomaco), come avviene nella scena in cui Vaughan e Ballard si fanno tatuare dei volanti sul petto.
Tuttavia la tecnologia, a mio parere, è un pretesto e l’allusione del regista ad un desiderio di fondersi con essa, è uno degli indizi per una possibile lettura del film ma non l’unica.
Credo che ci sia una chiara complementarità tra i due Crash come se le due opere dialogassero tra loro alla ricerca dei propri significati; in tal senso il romanzo può essere considerato come un monito, un profezia “sporca e lacera” e il film, la constatazione che dopo 20 anni nulla è cambiato e ci sono poche speranze che si possa fare ancora qualcosa.
I significanti latenti o impliciti si posizionano su tre livelli che si sovrappongono a vicenda: connubio tecnologia – essere umano, connubio eros e thanos, infine, ad un livello meno visibile si posiziona una critica al mondo capitalistico.
Il primo livello è già stato ampiamente trattato, mi limiterò ad aggiungere che metaforicamente questo rapporto uomo-macchina non fa altro che rinforzare alcune teorie che sostengono che i rapporti umani sono inesorabilmente destinati ad oggettivarsi decretando la morte del sentimento a vantaggio di una continua ed esasperante ricerca del piacere fine a se stesso (una sensazione che cresce in conseguenza delle scoperte scientifiche: la sessualità è stata svincolata dall’atto della procreazione).
Il tema del rapporto tra eros e thanos si presenta sotto una serie infinita di stimoli e indizi più o meno evidenti, già citati nel terzo paragrafo, ma soprattutto è evidente che sia il motivo dell’agire dei personaggi nello spostamento dell’aspettativa dal sesso alla morte, alle “prove della morte”, con le simulazioni degli incidenti stradali o con la visione della morte altrui, alla ricerca dell’incidente finale vissuto in prima persona, in un gioco che si rivela essere come l’unica ormai possibile via di piacere (si veda la sequenza finale del film). A questo proposito si installa nella mente dei personaggi la convinzione che la morte sia l’unico modo, l’unica alternativa per riappropriarsi della propria individualità, la quale è condannata dalla civiltà moderna a cercare il proprio appagamento e la propria realizzazione nelle protesi, nella macchine e nel consumo.
In Crash si respira anche una voglia malsana da parte dei personaggi più trasgressivi, Vaughan e Seagrave, di incarnare il mito in un “incantevole” incidente mortale (si veda, ad esempio, il questionario che V. propone sulle possibilità di morte negli incidenti stradali dei divi); qui sia Cronenberg che Ballard sembrano puntare il dito contro la mercificazione degli esseri umani e contro quel particolare sentimento morboso di attrazione verso la celebrità del cinema, soprattutto per le attrici, che sarebbe interessante analizzare nelle sue implicazioni simboliche e psicanalitiche.
Aleggia comunque un mistero sull’amore e la morte nell’opera, qualcosa che si respira e si sente, un segreto fra la moglie (il personaggio di Catherine è ispirato alla compagna dello scrittore che all’epoca della sua realizzazione era già morta) e il marito che sembra materializzarsi per un attimo nell’ultima scena del film.
L’ultimo livello individuato, quello che nasconde un’implicita critica al modo capitalistico si cela dietro le apparenti affermazioni senza senso dei protagonisti: “il traffico è diventato pazzesco”, “mi sembra che ci sia il doppio del traffico di prima del mio incidente”. Infatti bisogna constatare come i personaggi amino le macchine usate, che possiedono una storia, sono attratti dagli sfasciacarrozze e rubino le macchine; come se consapevoli di un immane cataclisma non comperano nuove macchine (a parte Ballard che prima di essere “iniziato” acquista la stessa macchina dell’incidente), come a suggerirci che in realtà i veri “psicopatici” non sono loro ma i cosiddetti “normali” che non si vedono ma si sentono vivere attorno all’opera; perché sono i normali a non accorgersi che la produzione di incidenti è funzionale agli dei costruttori automobilistici. Ecco perché, per esempio, nel romanzo sono descritte parecchie scene dove le compagnie automobilistiche mettono in scen simulazioni di possibili incidenti.
Certo, alcune supposizioni possono sembrare forzate ma è indubbio che Crash ha in sé una forza propulsiva ed è troppo riduttivo classificarlo come un oggetto di culto per guardoni e cinofili boccaloni. Del resto l’abuso della tecnologia è solo un artificio di gusto fantascientifico utile ad evidenziare un male dell’uomo comunque presente e Crash appare più un’opera sugli uomini che sulle macchine. Una traccia di tutto quanto si è discusso ci è data dal seguente dialogo, dove sembra quasi che il regista e lo scrittore si sostituiscono ai loro personaggi:
J. Ballard: Cos’è esattamente il tuo progetto, Vaughan? Un libro sugli
incidenti stradali? La ricerca medica? Una sorta di
documentario sul traffico mondiale?
Vaughan: È una cosa nella quale siamo tutti intimamente coinvolti. Il
rimodellamento del corpo umano da parte della tecnologia.
J. Ballard: (a proposito degli incidenti stradali)
È una cosa che dà piacere, eh? Però non credo proprio di
capire perché.
Vaughan : È che si tratta del futuro, Ballard. E tu ne fai già parte stai
incominciando a vedere che per la prima volta esiste una
benigna psicopatologica che chiama a sé. Per esempio: un
incidente stradale è un evento legato alla fertilità anziché
alla distruzione. È una liberazione di energia sessuale, che
trasmette la sessualità di quelli che sono morti con
un’intensità che è impossibile in ogni altra forma. Vedi,
sperimentare certe cose viverle ecco è … è questo il mio
progetto.
J. Ballard: e il rimodellamento del corpo umano da parte della
tecnologia? Credevo fosse … fosse quello il tuo progetto.
Vaughan: No, è solo rozza fantascienza. È una cosa che galleggia in
superficie senza minacciare nessuno. La uso per testare
l’elasticità dei miei potenziali partner in psicopatologia.
Riflessione su Videocracy (Parte 2)
Ovvero un articolo di Fantascienza.
Ognuno di noi quando si accinge ad assistere alla visione di un documentario solitamente si aspetta di ricevere delle informazioni che non conosce circa un determinato argomento. Se il documentario non aggiunge niente di nuovo al nostro “sapere” lo troviamo, o lo riteniamo, a secondo dei casi, un buon documentario ma nulla di più.
Questo è stato il caso di Videocracy. O meglio, è stato il sentimento di reazione che la maggior parte degli spettatori ha provato assistendo alla proiezione di Videocracy.
È un documentario che parla allo straniero (in quanto oggi, come non mai, il dominio della televisione in Italia trasborda e supera lo stesso allarme scattato in America negli anni 80’), fornendogli una serie di informazioni circa alcuni personaggi venerati nel nostro bel paese e circa la realtà italiana chiamata, appunto, Videocrazia.
Dopo queste facili e brevi constatazioni si pone una domanda?
Oggi, è più importante il sapere (conoscere) o il sentire?
Sono sentimenti che si possono scindere o devono convivere a braccetto?
Mi spiego.
Se da italiano vedo un documentario di Michael Moore, oltre lo sdegno mi viene da ridere su l’ignoranza di una certa parte del popolo americano, vittima di sotterfugi e di un potere mediatico, politico, spirituale, che lo sovrasta e lo stordisce. Ma se un americano assiste alla proiezione dello stesso documentario ha la mia stessa percezione? Ha la mia stessa reazione? O semplicemente nella mente della maggioranza passerà il seguente pensiero “Cose che mi hanno detto e ripetuto 1000 volte, tutte stronzate/in fondo cose che si sanno”, e dopo dimenticherà tutto?
Stessa cosa può/è avvenuta, viceversa, per Videocracy.
Risultato: un avvenimento fa più presa su una popolazione straniera, colpisce e sdegna se è fuori dal suo contesto.
Perché Videocracy, un documentario che per noi italiani “mostra” e non informa, non ci ha scosso, non ci ha procurato un minimo di prurito?
C’è una disconnessione tra il nostro sentire e il nostro sapere?
O forse si fa spazio l’idea che la maggioranza non ha proprio disconnesso tale dualismo ma che si rispecchi proprio in quel modo d’essere che è la videocrazia?
E che in questo nuovo modo d’essere al mondo, l’informazione, la critica, il senso profondo, la visione massimalista siano diventati una sorta di “cotto e mangiato”, icone per futuristici quadri alla Andy Warhol?
Il movimento dal sapere al sentire si è bloccato.
L’avvento del digitale decreterà la fine di questo movimento?
Se si ci accontenta, come oggi, solo di sapere, molto probabilmente sì. Le “minoranze” saranno salvaguardate. Avranno le loro belle trasmissioni alternative, i loro talk show che tratteranno dei loro problemi in modo da ottenere il depotenziamento del loro “sentire”, del loro sdegnarsi.
C’è qualcuno che si sta occupando di loro, dei veri problemi del paese.
Convinti che con il solo sapere esisteranno, ancora, come una forma di resistenza forte e indistruttibile, inconsapevoli di essere stati assorbiti dalla videocrazia.
Infatti, come ogni buon sistema che si rispetti, essa riuscirà (o è già riuscita) a rendere anche l’anomalia, la diversità, parte integrante del sistema stesso.
La diversità scomparirà dalla realtà per passare alla video-realtà.
Ricky è l’emblema della rivoluzione culturale italiana. Un personaggio che rappresenta il passaggio da una cultura in fermento ad una cultura “immobile”. Il passaggio da una cultura di contenuti e di idee ad una cultura tecnologica, ad una cultura di “mezzi”.
Se dovessimo mettere a confronto la mentalità di un lavoratore, un operaio di “ieri” con Ricky, simbolo del giovane lavoratore alla ricerca del riscatto sociale, salterebbero all’occhio alcune macrodifferenze.
Ieri:
1. Voglia e capacità di sapere
2. Capacità di sentire
3. Orgoglio per il proprio lavoro
4. Riscatto sociale in termini di “benessere” e “cultura”
5. Lotta per un futuro migliore per i propri figli
Oggi:
1. Vergogna per il proprio lavoro
2. Vergogna di se stesso (“Quando una ragazza mi chiede che lavoro fai, che gli devo dire? Lavoro al tornio, faccio l’operaio. E loro mi rispondono, ah beh’ e poi dopo un po’ spariscono
3. Riscatto sociale in termini di “visibilità”, “notorietà”, “successo”
4. La ricerca del potere, dell’immagine, del denaro
Non sto insinuando che la maggioranza degli italiani ha questa forma mentis perchè molti giovani precari sono la faccia dell’altra medaglia hanno valori, credono in certe cose, possiedono ancora una certa capacità di sentire, una voglia di sapere, di scendere in campo, rimettersi in gioco.
Ma le generazioni che stanno crescendo con questa visione, con questo credo nell’immagine e nella popolarità prima di tutto?
Un’idea forte come un virus, un’idea di cultura dove i fatti non contano, conta l’immagine, un’idea che è entrata nella coscienza degli italiani come l’Islam per gli iraniani.
Lele Mora (e il suo seguito), Fabrizio Corona sono i prodotti di questa rivoluzione culturale. In particolare Corona è l’esempio più clamoroso. Corona è un prodotto uscito da questo contesto culturale. Come un film, un libro, realizzati in un determinato periodo.
Un “prodotto” vivente ossessionato dalle tre parole magiche: soldi, potere e immagine.
Non ci può essere una profondità psicologica, c’è ed esiste solo un comportamento “strutturale”, “meccanico”, input-output.
Come a dire (parafrasando un titolo di Giuseppe Genna) la profondità psicologica è inadatta al tempo presente.
Tutto è immagine. Specchio. Riflesso.
Il problema non è la televisione.
Il danno è che la tv è diventata il mezzo per la diffusione di idee-virus che infettano, lontana dall’intento di “educare, informare, istruire, arricchire, divertire”.
Il danno è che la tv non dà la sensazione di essere un media, ma “qualcosa di più della realtà, mentre la realtà è meno della televisione”.
Crash può essere considerato un film-opera poiché tutto si sviluppa in suggestioni, motivi ricorrenti, atmosfere futuristiche (la natura non compare quasi mai), impressioni; ma soprattutto perché, come nell’opera sinfonica, qui la musica gioca un ruolo fondamentale, fondendosi con la materia filmica, assumendo le parvenze di una lamiera aperta con la fiamma ossidrica. È lo stesso regista canadese ad ammettere che la musica di Howard Shore è un elemento essenziale del film: “abbiamo lavorato con gli ingegneri del suono che si occupano dei rumori del motore, quelli che fanno gli effetti speciali sonori, i pneumatici che stridono, i freni che urlano, poi abbiamo integrato questi suoni nella partitura riprocessandola elettricamente. Quando ho sentito questo frammento per la prima volta senza il ritocco elettronico, mi sono detto che sarebbe stato perfetto per la colonna sonora, l’ho trovato fantastico, intenso, metallico come il film. Una musica che generi qualcos’altro, che sia intonata con il film: neutra. Quando gli attori hanno visto per la prima volta a Cannes il film terminato, l’hanno in un certo modo scoperto: è per dire a quale punto gli elementi sonori sono essenziali”[1].
Ma ciò che rende davvero efficace e visivamente sorprendente l’atmosfera latente del romanzo ballardiano è il modo con cui viene “orientata” la recitazione degli attori che sembrano quasi sotto ipnosi, automi di plastica, programmati per osservare ma non per connettere e riflettere; la loro interpretazione è monocorde, la loro mimica facciale praticamente assente, in modo che si colga lo stato di profonda apatia che li domina; “parlano in tono sommesso e raccolto, permettendo allo spettatore di percepire istintivamente il rumore della lingua tra i denti e sulle pareti della bocca. È un parlare stanco e eccitato insieme”[2].
L’uso di inquadrature che chiudono la maggior parte delle scene sui corpi delle macchine, che ci portano a pensare che essi dominano quello degli esseri umani; l’uso dei tagli in cui i visi e i corpi sono spesso in primo piano e di conseguenza invasivi rispetto all’ambiente; l’uso della luce soffusa mista ad una miscela di fattori dovuti alle riprese in esterno, dei toni dominati, il blu e il grigio; le riprese con la telecamera fissata al parabrezza dove sono centrate leggermente le inquadrature che filmano gli incidenti in modo naturale, rapidi, brutali, già terminati prima che uno se ne accorga: sono questi gli elementi tecnici dello stile con cui Cronenberg, coerente con la sua pratica cinematografica, ci rende il mondo di Crash.
Ci potremmo chiedere se il regista canadese non abbia seguito le tracce già segnate dallo scrittore, dato che il film ci appare come lo sguardo distaccato di un entomologo intento a osservare con la lente di ingrandimento gli accoppiamenti ripetuti dei personaggi cercando di interpretare il senso delle loro azioni e del loro rapporto con la tecnologia.
La struttura del film è stata tacciata di essere simile a quella di un film pornografico ma l’esasperazione ripetitiva delle scene sessuali non è altro che una messa in scena di un’ossessione profonda inseguita dai personaggi in una specie di serie “algebrica sadiana” di accoppiamenti e di sperimentazioni di posture in una completa assenza di sentimenti ed emozioni, che esprime il mondo asettico e paranoico in cui vivono. Forse agli occhi di qualche critico le tre scene consecutive di sesso (molto diverse da quelle dei film pornografici), ha ricordato la struttura formale dei film pornografici e da qui ha concluso inconsciamente che Crash è un film porno. Certo il sesso è un elemento fondamentale nel film ma non ha un valore fine a sé stesso: rappresenta con sincerità e serietà la visione dei rapporti che hanno i personaggi, quasi a indicarci l’orizzonte che stanno prendendo i rapporti umani, come se le coppie che vivono insieme avessero dimenticato i motivi, le emozioni di questa vita in comune. Del resto all’affermazione che una serie di scene di sesso non costituisce un intrigo, Cronenberg rispose: “Ma perché no? Chi l’ha detto? Da dove viene questa regola?”[3]
Questa prima parte è un invito alla riflessione.
Questa prima parte è un invito a non abbandonarsi ad una visione banale ("la malvagità del banale") del documentario in questione.
Questa prima parte è un ulteriore invito a non fidarsi "totalmente" dell'apparenza.
Videocracy è un film sulla società non è un film su Berlusconi.
Videocracy è la faccia di ciò che è l'Italia, oggi. (E quando dico Italia mi riferisco ad un sistema sovverchiante che ha forgiato e forgia il nostro modo d'essere al mondo, una filosofia di vita che "banalmente" e "invisibilmente" impone stili e modelli di vita, che alza steccati e differenze, che isola le minoranze).
Questa prima parte è un invito a non cadere nel facile commento: "Non c'è nulla di nuovo". Il punto è proprio questo. Il dato di fatto è che non c'è nessuna tesi di fondo, non c'è alcunchè da dimostrare. Siamo passati dalla teoria alla pratica.
Non basta essere informati. Non si tratta di una gara a chi possiede più informazioni e conoscenze.
Non si può scindere il sapere dal sentire.
Bisogna comprendere il fenomeno nella sua portata generale.
Questa Videocrazia esiste, noi la conosciamo, sappiamo tutto, nulla di nuovo.
E ci accontentiamo di sapere che esiste. Anzi ne facciamo parte integrante. Fà tutto parte della normalità.
Non è Erik Gandini che ci deve spiegare come siamo arrivati alla videocrazia, siamo noi stessi che a partire da questo documentario dobbiamo riflettere sulla videocrazia.
A questo proposito vi invito a leggere questo lucido articolo di Andrea Inglese: http://www.nazioneindiana.com/2009/09/09/videocracy-o-del-fascismo-estetico/
" Il “fascismo estetico” è quella lotta per la salvezza sociale che impegna ogni componente dei ceti popolari, nella più assoluta solitudine, sul terreno della propria immagine" (Andrea Inglese

Tra dieci minuti iniziano le danze.
Santa è la Domenica, grande invenzione.
Chissà se la soffiata che ho avuto da Mario è vera, non si sa mai, magari avrà voluto sviarmi. Del resto, oggi, ci sono solo due vitelli per il sacrificio purificatore dell’anima.
Mi è parso sincero, però, quando mi ha dato la dritta. Si, è solo una mia fottuta paranoia. Tutto perché è da un pezzo che non ne becco uno. Il mio bottino è fermo stabilmente a quota dieci da quattro domeniche. Ne ho beccato solo dieci in quattro mesi. La media di 2,5 bersagli al mese.
Roba da schiattare!
Poi, ci sono personaggi come Guido che sono arrivati alla bellezza di 40 bersagli dopo solo due mesi. E a noi, povere merde, ci tocca sorbirci i suoi racconti al bar, tra una birra e una sigaretta.
Sì, forse Mario ha voluto darmi una mano.
Nessuno regge Guido.
Tra otto minuti iniziano le danze.
È ora di preparare le cartucce per il mio fucile da caccia. Direttamente dall’America. Dio benedica quella terra.
Un .270 a canna pesante con sistema Mauser 98 e calcio in lamina di acero e noce. Dotato di mirino telescopico Unertl.
Roba da scioglierti l’animo.
Se la soffiata di Mario è esatta, non c’è scampo per la mia vittima.
Tra sei minuti iniziano le danze.
Oggi il tempo è mite. Il cielo limpido, velato di una soffice atmosfera azzurrastra. Piccoli e flaccidi i segni della luce. Non c’è un alito di vento.
Una buona giornata per morire.
Qui dal tetto della casa dei Rossi, il paese appare come invaso da uno spossato senso di inettitudine. Un invisibile siero che penetra le spaccature delle mura delle case, inondando gli appartamenti, confondendosi con la muffa delle pareti e l’odore stantio del passato. È nel nostro Dna, non si può rimuovere. Dovrebbero capirlo,ormai.
Tra quattro minuti iniziano le danze.
In questo momento, in ogni angolo della nazione ci sono cacciatori che si stanno preparando per la caccia.
Proprio come me.
Oggi è domenica, sia glorificata la festa.
La legge popolare di purificazione dell’anima pervade e scuote nelle fondamenta l’intero stivale.
In culo a quella minoranza che ancora si batte per la tutela dei diritti degli esseri umani. Quando capiranno che non siamo tutti uguali?
In questo grande paese è la maggioranza che comanda, siamo noi che decidiamo.
Il resto, serve solo ad imbastire discorsi e inutili proteste.
Nessuno vuole la rivoluzione.
Nessuno vuole un cambiamento.
Tra due minuti iniziano le danze.
È ora di posizionarsi.
Disteso, in lungo. Gomiti sulle mattonelle color sabbia rossa del tetto. Fucile appoggiato sulla spalla destra. Occhio sul mirino. Obiettivo sul vicolo Garibaldi. È li che colpirò la mia vittima. Sulla testa. Dritto al cervello.
È ora. Il suono delle campane che da avviò alla caccia ha tuonato. Gli schiavi sono stati liberati.
Uno.
Due.
Tre.
Quattro.
Eccolo, in perfetto orario. Mario aveva ragione.
Fermo così.
Non ti muovere.
Il problema della trasposizione cinematografica del romanzo di Ballard può essere reso perfettamente dalle affermazioni di Visconti a proposito del suo lavoro di adattamento di Lo Straniero di Albert Camus: “Rendere la psicologia del protagonista più evidente e più visiva, dare un volto a ciò che per Camus è soprattutto un’idea e una ribellione […]. Il romanzo trasposto in immagini cinematografiche diventerebbe poca cosa se tutti i pensieri e i ragionamenti di Meursault non potessero essere esteriorizzati e concretizzati in immagini e fatti”[1].
In un romanzo come quello di Ballard, dove l’intreccio è debole e i fatti drammatici sono ridotti all’essenziale, dove dominano le descrizioni e i pensieri dei protagonisti, Cronenberg riesce a mettere in scena, comunque, il mondo interiore e le visioni che sgorgano dai protagonisti di Crash; a rendere in immagini la logica da incubo degli ambienti asettici nei quali vivono gli apatici personaggi ballardiani, la cui vita viene stravolta da un evento improvviso e traumatico: l’incidente automobilistico.
La storia di Crash non ha sviluppo narrativo, non esiste una trama nel senso convenzionale del termine: le azioni e le scene sono giustapposte in modo del tutto casuale senza un apparente motivo scatenante che le leghi tra loro.
Il romanzo, attraverso la voce del narratore James Ballard, narra, infatti, della visione del mondo e dei rapporti sessuali di persone coinvolte in incidenti stradali; il narratore e il suo mentore, Vaughan, hanno una passione morbosa per queste tragedie dell’era moderna con il loro strascico di morte, deformazione e mutilazione dei corpi; vivono concentrando la loro attenzione su particolari svincolati dalla personalità, sui dettagli tecnologici e umani con clinico distacco, come si può notare dalle seguenti frasi tratte dal romanzo: “I laminati plastici intorno a me, color antracite slavata, avevano le stesse sfumature dei peli pubici di lei attorno al vestibolo della vulva”[2], “lasciai correre lo sguardo giù per la sua forte schiena, osservando la congiunzione fra i contorni delle spalle, segnati dalle bretelle del reggiseno, e l’elaborata decorazione del cruscotto dell’auto americana, e quella fra la sua natica soda nella mia sinistra e le chiesuole pastello dell’orologio e del tachimetro”[3].
La storia nel romanzo inizia con Ballard che ci informa che Vaughan è morto nel suo unico incidente, dopo aver fatto le prove della sua morte in molti scontri, e sin dalle prime pagine iniziali, il narratore, attraverso le descrizioni e le ossessioni di Vaughan, ci informa in quale visione da incubo del mondo saremo catapultati nel proseguo della storia: “Prima della sua morte Vaughan aveva preso parte a numerosi scontri. Quando penso a lui lo vedo nelle macchine rubate che guidava e sfasciava, superfici di metallo e plastica deformati che l’hanno abbracciato per sempre”[4]; “ Lo ricordo nelle notti con giovani donne nervose, sui sedili posteriori schiacciati di auto abbandonate in depositi di sfasciacarrozze, e ricordo le foto di lui e di loro nelle varie posizioni di atti sessuali malagevoli”[5]; “Vaughan sognava di berline ambasciatoriali schiantatesi contro autobotti inarcate, tamponamenti immani di nemici giurati. Visualizzava gli scontri speciali di criminali evasi, e quelli di hostess d’albergo fuori servizio intrappolate tra i volanti e i grembi degli amanti da esse masturbati. Su queste collisioni, Vaughan elaborava variazioni infinite”[6].
Dopo questa breve introduzione, Ballard ci narra dell’incidente stradale del quale è restato vittima e nel quale ha perso la vita un uomo; del suo incontro nei corridoi dell’ospedale con Vaughan e la moglie della vittima, la dottoressa H. Remington, anche lei coinvolta nell’incidente stradale. Da qui in poi la narrazione si addentra nella descrizione di questa forma di psicopatologia che colpisce, secondo il narratore, le vittime di un incidente stradale. Questo percorso tortuoso dove si incastrano senza un’apparente motivazione rapporti sessuali (tra Ballard e la dottoressa Remington, tra Vaughan e la moglie di Ballard, tra Vaughan e alcune prostitute, tra lo stesso narratore e Vaughan) consumati all’interno degli abitacoli delle automobili e un susseguirsi di incidenti mortali fotografati e ripresi da Vaughan prendono la forma di una ripetizione monotona, quasi fastidiosa, che rispecchia i folli e devianti automatismi praticati dai personaggi. Essi spingono le loro vite in una continua e costante ricerca di un nuovo piacere, di un’emozione che li faccia sentire vivi, arrivando a profetizzare una nuova sessualità nata dalla decifrazione delle ferite inscritte nel corpo umano delle vittime degli incidenti stradali, in un frammisto e confuso rapporto tra gli istinti arcaici dell’essere umano e il moderno e freddo corpo delle lamiere delle automobili. “Esplorandole le cicatrici delle cosce e delle braccia, tastai i punti di riferimento sotto il seno sinistro, mentre lei a sua volta esplorava i miei, in una decifrazione comune di questi codici di una sessualità resa possibile dai nostri due incidenti automobilistici. Nei giorni seguenti i miei orgasmi ebbero luogo nelle aperture sessuali praticate dalla frammentazione di parabrezza e scale del cruscotto in un impatto ad alta velocità, le quali mi permisero di sposare, attraverso il pene, l’auto nella quale mi ero schiantato e l’auto in cui Gabrielle aveva mancato di poco di trovare la morte”[7].
Cronenberg mantiene, come detto, l’atmosfera del romanzo come se lo avesse filmato dall’interno, è lo stesso regista ad affermarlo, quando parla della scena dell’autolavaggio, dove Vaughan ha un rapporto sessuale con Chaterine Ballard, sotto gli occhi dello stesso marito: “Ho provato una grande eccitazione a distillare il suo romanzo, fino ad ottenere qualcosa di essenziale”[8].
Crash (il film) è quasi una sorta di opera poetica, dove il cinema diventa quasi soggettivo, la psicologia è assente e tutto quello che vediamo e sentiamo sembra uscire dai sogni dei protagonisti o del narratore; infatti, a differenza del romanzo, dove la storia ci viene raccontata dalla voce di J. Ballard, nel film è con l’utilizzo di una semi-oggettiva indiretta che segue il protagonista, che ci addentriamo nel racconto, assistendo alla realizzazione materiale dei suoi sogni; è lui che ci guida. La storia si mantiene sulle stesse linee del romanzo, solo che, a differenza di questo, segue uno svolgimento lineare che và dall’incidente di James Ballard alla morte di Vaughan, concludendosi con un diverso finale: nelle ultime scene i coniugi Ballard, alla guida di due diverse automobili, si inseguono, si tamponano e si urtano, finché l’auto di Catherine esce di strada e finisce rovesciata in un prato; Ballard va incontro alla moglie che è riversa sotto i rottami dell’auto fumante ma non è morta e prima di iniziare con lei un rapporto sessuale le sussura: “Forse, la prossima volta…” il film, inoltre, non inizia con il narratore che ci racconta la tragica morte di Vaughan ma ci presenta nei primi dieci minuti la natura del rapporto tra i coniugi Ballard, mostrandoceli in rapporti sessuali con i rispettivi con i rispettivi amanti: Catherine in un hanger, tra splendidi aeroplani, ha un rapporto sessuale con un uomo bruno, e James sul set di un film, sul tavolo del suo ufficio con una giovane ragazza della troupe. Dopo queste scene iniziali ritroviamo i Ballard sul terrazzo della loro casa intenti a confidarsi le loro reciproche avventure, e mentre James avvicinandosi le confida di non essere venuto, Catherine, appoggiata sulla balaustra del terrazzo, sollevandosi la gonna gli risponde: “Povero tesoro. Forse la prossima volta…”
Cronenberg, infine, condensa gli innumerevoli incidenti stradali di cui è cosparso il romanzo in quelli essenziali: lo sconto automobilistico di Ballard, lo spettacolo allestito da Vaughan insieme allo stunt – man professionista Seagrave che riproduce il celebre incidente mortale di James Dean (in questa scena Cronenberg sintetizza le varie simulazioni di scontri automobilistici e le ossessive riproduzioni che nei suoi dossier Vaughan faceva dei possibili incidenti di personaggi noti, tra i quali il più importante e perseguito con estrema tenacia era quello con l’attrice E. Tayler), le simulazioni che i protagonisti vedono in videocassetta a cas di Seagrave, e infine, oltre all’incidente mortale di Vaughan, lo scontro tra i coniugi Ballard che chiude il film.
[1] Francis Vanoye, La sceneggiatura: forme, dispositivi, modelli, Lindau, 1998, p.138
[2] Cfr. Ballard, 2004, p.73.
[3] Cfr. Ballard, 2004, p.56.
[4] Cfr. Ballard, 2004, p.9
[5] Cfr. Ballard, 2004, p.9
[6] Cfr. Ballard, 2004, pp. 12-13.
[7] Cfr. Ballard, 2004, p.159.
[8] Cfr. Serge Grunberg, Intervista con David Cronenberg, Cahiers du cinèma n. 504, 1996

Questa è stata un’estate torrida come non mai (filastrocca che immancabilmente torna di moda ogni inizio estate) ma resa più sopportabile dalla piacevole lettura di alcuni romanzi e di alcuni fumetti (tra l’altro ho riletto MAUSS e V FOR VENDETTA , e beh… che dire?). Sono tanti e un poco alla volta vi racconterò in minima dose di ognuno di essi (sperando di aggiungere i nuovi).
Oggi vi segnalo Nessun Dove di Neil Gaiman.
Tranquilli sarò breve e conciso.
Nessun Dove di Neil Gaiman, perdonatemi, per me è un capolavoro. Il romanzo è stato scritto mentre veniva girata la serie omonima per la BBC (altro che Fantaghirò).
Lo scrittore, conosciuto per la famosa serie di fumetti SANDMAN, sostiene che con Nessun Dove, aveva intenzione di scrivere: “un libro che fosse per gli adulti ciò che erano stati per me romanzi come Alice nel paese delle meraviglie, Narnia, Il mago di Oz, quando ero bambino. E volevo parlare di coloro che sono caduti in disgrazia e sono stati defraudati di tutto, usando lo specchio della fantasia, che a volte può mostrarci cose che ci sono passate davanti agli occhi milioni di volte senza che le vedessimo realmente”. Verrebbe da dire: operazione riuscita in pieno.
La storia, ambientata a Londra, si dipana all’interno di due mondi: Londra sotto e Londra sopra ( La mano e l’ombra come sostiene il marchese de Carabas). Londra sotto è il luogo in cui apparentemente vivono coloro che sono caduti in disgrazia, un immenso palcoscenico che la gente comune, troppo indaffarata, non riesce a vedere, ma che contiene una umanità varia, bizzarra e magnifica. E in questa “terra”che muove i passi il giovane Richard Matthew, catapultato fuori da una vita tranquilla e prevedibile dopo l’ incontro con Porta, una ragazza ambigua perseguitata da due uomini brutali, Mister Vandemar e Mister Croup (una sorta di Gatto e Volpe), che vogliono ucciderla. Un mondo bizzarro in accordo con la solida vena fantastica di matrice britannica nel quale si incontrano: “un angelo che vive in un salone illuminato dalle candele, un signore, Old Bailey, che abita sui tetti, ratti intelligenti serviti da una tribù di parla-coi- ratti, un conte, il cui seguito vive in una carrozza di un treno della metropolitana, una bestia che rappresenta il mito della Londra di sotto, il popolo delle fogne, dove vive una confraternita di frati neri che custodiscono una chiave” e tanti altri personaggi davvero sublimi.
Alla fine della storia un dubbio assilla la mente: forse è a Londra di sopra che abitano i disgraziati (Qui sulla pelle del mondo. A Londra sopra. Là da dove ero partito. In uno spazio in cui non riuscivo più ad inserirmi. A stare a mio agio. Come una bara fatta per un uomo leggermente più basso di me. Incredibile quanto volessi tornare nel mio mondo. Avevo dimenticato la noia. Il sapore di segatura dell’inutilità. Giornate di due ore. Cene surgelate davanti alla tv).
Da leggersi.
Vi segnalo anche la splendida Graphic Novel dal titolo omonimo con i disegni di Glenn Fabbry per l’adattamento di Mike Carey. Quando ho visto i disegni ho subito pensato: sì, è proprio così che li avevo immaginati (specialmente il Signor Vandemar e il Signor Croup, come nei miei peggiori incubi).
Non riesco a muovermi, sono paralizzato.
Cerco di aprire lentamente le palpebre.
Buio: Immenso.
La mia testa, i miei capelli sono fradici. Perdo sangue dalla nuca, forse è il terriccio fangoso che aderisce alle mani e alle gambe come se mi stesse fagocitando un pezzo di carne per volta.
Qualche goccia mi scende dalla fronte. Si biforca all’altezza del mio naso lasciando dietro parte di se.
Sarà acqua, melma o sangue?
Le gocce si perdono sulle mie labbra secche.
È un sapore strano, pungente, amaro.
Sento un gufo, sembra lontano.
Il suo verbo si espande, penetra l’oscurità. Proviene da Nord, forse Est.
Un vento fresco smuove foglie d’erba contro il mio viso. Le sento appiccarsi come colla.
Una nube di fumo mi assale, invadendo le mie narici. Proviene da Sud, ma non riesco a scorgere nulla.
La gola inizia a bruciare.
Le iridi si dilatano. Numerose ombre si accavallano nel cielo formando strane protuberanze aguzze, sghembe protese in ogni direzione.
Il gufo sorvola il mio esile corpo.
Percepisco il suono delle ali che si aprono e si richiudono in un movimento lento, eterno. È un suono bloccato che non scema ma cresce, assordante, ingombrante.
Attende il mio risveglio.
Mi sollevo, leggero. Frammenti di terra e fango scivolano via dal mio corpo. Forse è parte della mia carne che cede.
Il gufo riprende il volo. Lo seguo.
Da lontano appare una luce fioca.
Mentre cammino un ramo penetra il mio stomaco, l’oltrepassa.
Sono ancora in piedi.
La luce diventa più densa.
Un altro ramo sfregia la mia spalla destra.
Sono ancora in piedi.
La luce diventa più calda.
Inciampo, cado. La guancia esplode contro un sasso.
Mi rialzo.
Sono ancora in piedi.
La luce diventa accecante. Il gufo viene inghiottito.
Mi avvicino. Immergo la testa in quella candida lacerazione stellare.
Apro gli occhi e la mia paura si fa carne: un divano rosso, un bambino, una donna, un uomo.
Mi guardano e sorridono divertiti.
L’illuminazione della toilette è tenue, ombre ritagliano ampi spazi sulle pareti scalcinate, allungando e distorcendo come candele confuse i loro confini, aprendosi come soffice venatura verso invisibili punti; ho l’impressione di aver strappato gli incubi al mio sonno inquieto.
Il mio viso, abilmente imitato dalla trasparenza dello specchio, è frastagliato da spezzature vitree che restituiscono frammenti, parti separate: un occhio indagatore, un labbro ridotto a sottile linea rosea, una ciglia spezzata.
In mente mi ritornano come echi in corridoi di memoria alcune frasi:Ma chi sei veramente? Sei per caso quel ragazzo bastardo? Oppure quell’altro chiuso e taciturno? O quell’altro ancora estroverso e per i fatti suoi? O no? Sei quel magnifico ragazzo così dolce e sensibile come un grande artista dai mille pensieri?… perché non ti metti alla luce…
Qui c’è poca luce e il mio viso è una scheggia impazzita.
Prendo dalla tasca destra della giacca nera una piccola foto, e mi appaiono i suoi occhi neri e tristi, profondi spazi di solitudine, i capelli corvini, il viso fino e appuntito come una lama che trafigge ma non uccide.
A volte ci sforziamo in vicoli ciechi sbattendo ripetutamente la testa, sperando in una ricompensa che tarda e molto probabilmente non arriverà mai.
Ovunque sei, che tu sia felice.
Il rum che ho bevuto circola nelle vene, ho bisogno di camminare.
Esco e mi avvicino al bancone; chiedo un rum e pera al barista, un tunisino dallo sguardo inespressivo, lo bevo ed esco.
Accendo una sigaretta e alzo lo sguardo verso il cielo, tempestato di grigio, che questa sera accompagna i miei folti pensieri.
Abbasso lo sguardo e appare il mio angelo.
“Dove eri finito?”
“Problemi!” e faccio un segno circolare in testa con un dito.
“Ho finito le sigarette. Vado a comprarle. Vieni con me?”
“Sì!”
Abbandoniamo il brusio che irrimediabilmente inizia ad accumularsi davanti al locale.
Camminiamo con passi lenti e asimmetrici, altalenanti come barche attraccate ad un molo, avvolti dai colori della notte.
Osservo il suo viso dalle mie iridi nere e cupe: i lunghi capelli biondi e lisci, le grandi labbra, gli occhi fulgidi, un piccolo anello che decora il naso, una leggera cicatrice risale dalla parte destra del collo, una cicatrice di cui lei si vergogna un po’ ma che io vorrei baciarle qui, in questo momento mentre mi racconta schegge della sua vita.
All’improvviso piccole ed impercettibili gocce cadono sui nostri vestiti, alcune me le sento addosso come una benedizione, le sento scivolare lentamente tra le trame dei miei capelli.
La mia auto è ad un passo ma mi fermo immobile ad accogliere le lacrime pure del cielo.
“Entriamo in macchina…” mi dice.
Le stille che hanno per un attimo condotto la loro esistenza sulle sponde dei miei contorni, adesso spengono la loro breve e intensa vita sui finestrini della mia auto tratteggiando vaghe linee trasparenti.
“Sembra…come se non volesse smettere…mai…”
“Ti fa paura?”
“Sono qui con te…”
“Potremo far smettere…”
“In che modo?” sorride
I suoi occhi mi fissano a lungo in un profondo eco di luce e fulgore, di fuochi e rose.
“sai… io… noi potremo fare in modo che finisca… a volte…”
Le prendo dolcemente il viso con le mani e la bacio, a lungo.
Il battito della pioggia scema lentamente fino a spegnersi del tutto, volgo lo sguardo sullo specchietto dell’auto e ritrovo la mia immagine.
Accendo la radio, lei si toglie la maglia rossa, ci baciamo; le sfilo il reggiseno, avvicino le mie labbra ai suoi seni rosei e sento il battito del suo cuore, mentre i Modena City Rambles cantano: “…in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti, mi hai preso per mano portandomi via…”.
La sua mano sopra la mia mentre cambio marcia al motore. I nostri occhi sono lucenti e pieni di speranza. L’odore del suo sesso è impreso sull’atmosfera che si infrange sui vetri e il sapore di pioggia umida che filtra dalle sottili aperture dei finestrini si impregna del suo profumo. Poi, il rumore ruvido dello stridere di copertoni usurati dall’asfalto e il suono metallico di velocità in frantumi spazzano via ogni sapore. Un urlo tagliente come il soffio di una fiamma ossidrica che fora il cuore apre la notte.
Luci confuse e frammentate si mescolano in un tripudio di caos. Ho in bocca il sapore amaro della morte. I suoi occhi sono nascosti. Sono incastrato tra pezzi di alluminio e plastica e sento sparsi sul ventre il peso leggero di resti di vetri spezzati. Allungo la mano verso la mia destra. Solo plastica lacerata. Alcune ombre mi circondano. Sollevo la mano verso la testa, sto perdendo molto sangue. Cerco di uscire ma le gambe non rispondono.
Fuori ci sono lamiere cosparse di colori caldi che graffiano il cemento. L’asfalto è una lava incendiaria di rottami e sangue. Spingo con forza lo sportello dell’abitacolo. Cado per terra. Le ombre si avvicinano. Sento guaire delle sirene. Un brusio impercettibile di voci. Striscio come un lombrico per terra. Cerco di trovare le forze per alzarmi. Qualcuno o qualcosa cerca di fermarmi. Le sirene guaiscono più intensamente. Desisto, sono debole. Cerco i suoi occhi in quella confusione di suoni e ombre ma vedo solo tante scarpe che si muovono lentamente, indecise, sull’asfalto freddo e nero. Figure geometriche in ribellione. Sangue e materia. Le luci dell’autoambulanza illuminano e accecano i miei occhi. Mi sforzo di vedere oltre quella immensa prateria di cuoio e pelle. La pioggia inizia a cadere lentamente. Alcuni uomini con delle barelle escono dall’autoambulanza. La folla si apre, gli uomini vengono avanti. Cerco i suoi occhi e trovo il suo corpo sopra il cofano dell’auto che ci ha tamponato. Mi dà le spalle. Mi ha abbandonato. Il sapore della morte si fa più amaro. Le lacrime di sale scendono toccando il cemento ruvido.
Un medico scuote la testa. Altri uomini cercano di mettermi sulla barella. Non lo sentite questo odore acre. Non ha battito, il suo respiro è nell’aria che ci circonda. Smettetela! Non respirate, non la consumate. La sua anima sta fluttuando tra le fitte luci bluastre della morte. La mettono sulla barella come una cosa, un oggetto guasto e la coprano con un lenzuolo bianco. Adesso cercano di portami via. Il sapore si fa più intenso, sorrido. Presto, i nostri occhi si rifletteranno. Ancora e per sempre, io sentirò il tuo battito.
La censura e le critiche a cui è stato soggetto Crash assomigliano a dei giudizi liquidatori abbastanza frettolosi che, parafrasando Ballard, sembrano fatti da scienziati ai quali sono stati tolti i finanziamenti per la loro ricerca, costretti per mancanza di tempo e denaro a trarre comunque in modo rapido delle conseguenze sul lavoro svolto.
Le reazioni più esasperate in Italia sono apparse dalle colonne di Repubblica su articoli firmati da Irene Bignardi che definì Crash come: “Una baracconata disonesta che nella povertà intellettuale di fine millennio rischia di diventare un pericoloso oggetto di culto per guardoni e cinefili boccaloni. (…) Accolto come un capolavoro eversivo da un’ala critica e come un film morboso e pericoloso da un’altra; è un erotismo, come sa chi ha letto il romanzo di J.G. Ballard da cui il film è tratto e chi segue le cronache cinematografiche, legato agli incidenti d’auto, allo stato di pericolo e di orrore generato dal rischio automobilistico”[1].
Dallo stesso quotidiano arrivano delle critiche più morbide anche se ugualmente negative da parte di Michele Serra[2] mentre un altro quotidiano, Il Manifesto, affida il suo sdegno alle parole di Luigi Pintor[3].
Non sono state altrettanto favorevoli le opposizioni di alcuni politici (18 consiglieri ripartiti tra Alleanza Nazionale e Rifondazione Comunista) che hanno mandato tre pagine in carta bollata al procuratore di Napoli affinché ritirasse la pellicola.
La censura che ha colpito il film ha contagiato un po’ tutte le parti del mondo: gli U.S.A, dove il film è uscito dopo sei mesi, e la Gran Bretagna.
Il motivo scatenante le proteste non riguarda solamente gli argomenti trattati ma il modo amorale in cui essi vengono trattati: si denuncia l’assenza di un giudizio morale in una storia di perversioni estreme; a questo proposito, all’adesione volutamente seriosa, senza alcun accenno retorico ad un contesto del genere, aveva già risposto Ballard nella postfazione citata in precedenza, prima che Cronenberg realizzasse il film.
Crash oltre a rappresentare il culmine del viaggio cinematografico di Cronenberg e il “primo romanzo pornografico basato sulla pornografia”[4] è un film sovversivo per molti aspetti perché irrita e turba, mettendo in scena l’impotenza della politica a governare il desiderio, perché individua nella possibilità di scegliere come morire l’ultima forma possibile di liberazione dell’individuo e della sua soggettività in un universo che ha ormai definitivamente cessato di essere antropocentrico, o ancora perché “il fine ultimo di Crash, inutile dirlo, è quello di monito, di messa in guardia dal mondo brutale, erotico e sovrailluminato, che sempre più suasivamente ci invia il suo richiamo dai margini del paesaggio tecnologico”[5].
Ma come si intrecciano tra loro queste tematiche? Ed è possibile rintracciare significati diversi o latenti?
[1] Cfr. Roberto Sturm, Speciale Crash, su htpp://www.intercom.pubinet.it/crash.htm
[2] Cfr Repubblica 13 Novembre 1996
[3] Cfr Manifesto 24 Novembre 1996
[4] Ballard, Crash, Feltrinelli, 2004, p.204
[5] Balard, 2004, p.204
Questo è un brano estrapolato dal romanzo breve di Valerio Evangelisti "Gocce nere" che invito a leggere per chi non lo avesse ancora fatto.
Sottofondo: "Man Cha - Politik Kills"
Bastò una pausa dovuta alla salivazione ormai faticosissima. La prima delle gocce nere oscillò un poco all’estremità del tubo, poi infilò di spinta l’ago forato che conduceva alle vene di Jacqueline. Trascorse una frazione di secondo, quindi la ragazza torse la bocca in un urlo cavernoso che le fece vomitare sul mento parte della bava che le riempiva la cavità orale.
Una porzione del suo avambraccio, lontana dal polso in cui era infisso l’ago, si gonfiò generando un fungo di carne, che crebbe fino alle dimensioni di un osceno cavolfiore. Subito dopo l’escrescenza si afflosciò, scavando una cavità nella pelle. Simultaneamente, però, l’alluce del piede sinistro diventò un mostruoso palloncino, da cui l’unghia schizzò via come un proiettile insanguinato, rimbalzando contro il muro.
“Parla!” urlò RSYST, dalla prigione del suo altoparlante. “è una goccia soltanto! Può sbizzarirsi come vuole, ma è insufficiente per alterare il tuo metabolismo! Parla, ferma la seconda goccia!”
Jacqueline tentò di ricondurre il proprio grido alla forma della parola, ma ciò che i suoi spalancati stavano fissando le strozzarono la gola. L’alluce rigonfiò si contrasse in un peduncolo rosa, più piccolo e sottile del mignolo, mentre tra i due seni gliene nasceva un terzo, scaglioso e tumefatto, grande come un melone.
“Parla!” ripeté RESYST, facendo rimbombare l’intera sala. “Se parli fermi la seconda goccia, e l’elastina si disperderà nel tuo corpo!”
in effetti un’altra goccia si stava appollaiando sull’ultimo tratto di tubo, vicino all’ago, e si preparava a invadere lo spazio cavo. Un barlume della sua coscienza oscillante permise a Jacqueline di scorgerla. Quasi automaticamente il suo urlo si convertì in parola.
“Cile, 1974. Argentina, 1975. elicotteri che scaricavano in mare uomini vivi. Donne violentate e uccise davanti ai loro bambini. Se ho mai avuto una coscienza politica, è stato vedendo quei documentari. E quegli altri, precedenti. Bimbi scarnificati in fila davanti al dottor Mengele, assurdamente sorridenti. Un feto estratto dalla madre ancora viva e mostrato alla cinepresa. Mengele, Pinochet, Rosenberg, Codreanu, Strasser. La stessa perversione sordida, apparentemente inconcepibile. La nascita in me di una rabbia forsennata…”
“Brava!” esclamò RESYST, con un impeto che fece vibrare la gabbia dell’altoparlante. “Ecco quello che devi provare rabbia. È il solo sentimento che possa darti la forza di resistere…”
L’assurda mammella supplementare nata sul petto di Jacqueline si sgonfiò e rimpicciolì, fino ad annullarsi in un’ulcerazione che si approfondiva, scavando una galleria rossastra in direzione dello sterno. Ma la ragazza quasi non ci faceva più caso.
“Cose innominabili fatte in nome del mercato, cioè di niente. L’africa alla fame. Parte dell’Asia ridotta a bordello per turisti. Uomini – merce, da comperare e da vendere. Tutto ciò mi riusciva insopportabile. Non sono stata mai veramente comunista, non ci ho mai creduto. Ma i crimini del comunismo mi sembravano poca cosa, rispetto a quelli di chi aveva deciso di ridurre due terzi del mondo a un inferno”
“Bene, piccola… scusami non volevo chiamarti così… Bene, Jacqueline, continua. Continua a parlare…” la voce di RESYST echeggia quasi premurosa. “la seconda goccia si è fermata, e si è ritirata di qualche millimetro. Ho invaso la telecamera installata dai tuoi aguzzini… non cercarla, è invisibile… e posso vederti tutta. Il tuo corpo sta tornando integro. Non interromperti, butta fuori tutta la tua collera. La collera è vita!”
“L’esercito guatemalteco che cala su un villaggio e ne uccide tutti gli abitanti. I somozisti che gettano gli oppositori nella bocca di un vulcano. E i crimini economici, forse i peggiori. Vite spezzate per creare una moneta stabile. Le imposizioni del Fondo Monetario Internazionale che attizzano egoismi etnici seminando guerra civile. Poi il SYS, che si impadronisce di tutti i canali di comunicazione. Altera l’immaginario della gente, lo svuota di simboli e vi sostituisce i propri. La dittatura sottile della telematica manipolata. La schiavitù non nel tempo di lavoro, ma nel tempo libero.. il mio secondo uomo si chiamava Christophe. Peggiore di Frèdèric da tutti i punti di vista, ma io ero ancora molto ingenua…”
l’altoparlante emise un soffio molto simile a un sospiro. “Preferivo la rabbia. Ma hai ragione tu, la collera non può durare per sempre. Vai avanti, l’importante è che tu continui a parlare. Credo che abbiamo ancora un’ora e mezza. Ce la puoi fare. Ce la dobbiamo fare”
L’addio tra Robespierre Capponi e il Padre Vittorio dopo l’incontro in Jugoslavia
Aprì la bocca, cercando ancora le parole migliori, ma fu Vittorio a cominciare, come se tra padre e figlio si fosse creata una sorta di telepatia.
- Io non sono stato un buon padre per voi. Un buon padre rimaneva coi suoi figli, anche se andava in galera. Tornava in Italia e faceva il processo. Ma cosa devo dire, Robespierre? Ho fatto quello che pensavo era giusto fare. Aiutare questo popolo a costruire il socialismo. È per questo che ho combattuto. E adesso penso che forse non valeva la pena. Adesso tutto crolla. Sono come esulato. Milena non c’è più e io resto solo come un cane, senza figli, senza compagna, senza paese e senza socialismo. E sai cosa dispiace di più? – era una domanda sincera, stupita – Che non ce la faccio a pentirmi. Non riesco a pensare che era sbagliato. Era giusto provare e se vuoi che sono sincero fino in fondo, dico che non è nemmeno sbagliato adesso che Tito è come Stalin. Forse sbaglio, Robespierre. Lo so che non è stato giusto per te e per Nicola, lo so che meritavate un padre più normale, che si sacrificava per voi. Ma qui avevo incontrato Milena, avevo combattuto insieme a lei, ci amavamo. Qui c’era un paese da fare, c’era il socialismo, la rivoluzione, capisci? Una società nuova. E in Italia no. se tornavo, mi sarei dispiaciuto tutta la vita di non aver fatto la mia parte qui. Ecco , te l’ho detto con sincerità e forse adesso mi odi di più di Nicola. Ma è la verità e adesso che sei grande puoi capirla. Se tornassi indietro, rifarei la stessa scelta.
Pierre si rivide nella cantina di Italo, a tredici anni, al fianco di Nicola, un ventenne smilzo e spigoloso. Il padre era una sagoma scura indistinta e una voce profonda. Durate gli anni della guerra, per lui era stato un personaggio delle fiabe, una presenza che lo visitava di notte, prima di addormentarsi, nei racconti della zia Iolanda e nelle fantasie infantili, immaginava che stesse lottando contro nemici spietati e numerosissimi, sui monti di una terra straniera, come un antico guerriero. L’ultimo ricordo sensibile era l’odore del giaccone di pelle nera, quella notte. Odore di concio. <Nicola, Robespierre, ascoltatemi bene. Io non posso restare con voi. Sono tornato qui clandestino, capite? Di nascosto. Perché se scoprono che sono tornato in Italia, mi mettono in prigione. Devo tornare via. Ma a voi penserà la zia Iolanda, che vi vuole bene come foste figli suoi. Io vi scriverò sempre. E un giorno verrete a vivere in Jugoslavia, in un paese migliore, dove la gente è libera e felice. Ma adesso no, non si può, è troppo pericoloso. Sono tornato per dirvi questo. Nicola, bada a tuo fratello, capito? Sei tu il capofamiglia adesso>.
Pierre si risvegliò come da un sogno ed ebbe chiaro quello che voleva dire, che per gironi si era portato dentro senza venirne a capo. Guardò Vittorio, seduto sulla branda, avvolto nella stessa penombra di allora. Ma non c’era più nessuna aura mitica ad avvolgerlo. Era soltanto un uomo. Ed era suo padre.
- Nicola non ti odia, babbo. È stata la delusione a farlo diventare così. Lui ti ammirava troppo e si è sentito tradito. Capisci? Lui è andato su in montagna coi partigiani perché tu gli avevi insegnato a essere antifascista. Sei stato tu a crescerci così. Lui è andato in brigata anche per te. E voleva che tu lo vedessi, che lo ammirassi. Invece si è preso quella pallottola nella gamba e quando la guerra è finita tu hai deciso di restare qua. Lui voleva che gli dimostrassi che eri fiero di quello che aveva fatto. Eri il nostro eroe. Eri quello che non aveva mai piegato la testa davanti ai fascisti. Quello che aveva disertato per non dover ammazzare gente innocente. Quello che era andato in un paese straniero a fare la rivoluzione che in Italia non si poteva fare. Ma eri anche nostro padre, dio bono! E se come eroe andavi bene, come padre ci avevi lasciati. Sono stati anni duri, cosa credi. La zia Iolanda s’è fatta in quattro per tirare avanti. Per fortuna che è arrivata l’occasione del bar. È stato il partito a tirarci fuori dalla merda, non tu. Tu eri lontano. lontano come Ulisse. I padri non ce li possiamo scegliere. E non possiamo non volergli bene. O odiarli se ci abbandonano.
Vittorio Capponi guardava il figlio. Era una lezione quella che cercava, una lezione di vita da un uomo che aveva meno della metà dei suoi anni e che un giorno aveva abbandonato per seguire la sua natura combattente. In quel momento avrebbe accettato qualsiasi cosa, tutto l’odio del mondo. Era pronto, forse lo era da dieci anni.
Pierre contrasse il viso, si sforzò, ma capì che doveva lasciar fluire le parole.
- Eppure i padri, prima di essere padri, sono persone. È questo che penso, ci ho messo tanto tempo per pensarlo. Forse sono venuto qui proprio per dirtelo. Per tanti anni ho desiderato avere un padre come tutti gli altri. Uno che ci avesse aiutati, che si fosse preso cura di noi anche a rischio della galera. Ma la verità è che se tu avessi fatto questa scelta, non saresti più stato tu. Avresti rinunciato a quello che credevi giusto fare. E questo avrebbe fatto di te un fallito. Fallito come persona, intendo. Facendo la scelta che hai fatto, hai fallito come padre, ma hai seguito le tue idee, quello che sentivi. Così ci hai insegnato che vivere significa credere nella giustizia e costruire il proprio destino, non farselo imporre dagli altri. E per questo, nonostante tutto, sei una persona migliore di tante che vedo al bar, che hanno una casa, un motorino, <L’Unità> in tasca, le chiacchiere con gli amici, e che di scelte non ne vogliono più fare. I loro figli forse oggi sono diplomati e laureati, e hanno un buon lavoro, ma non sapranno mai quello che so io.
Aveva due lacrima appese alla ciglia. Restavano lì, in bilico, non scendevano e non si asciugavano. Suo padre rimaneva immobile, forse sentiva lo stesso magone.
Pierre prosegui: - Ecco, è questo che sono venuto a dirti. Che quello che è successo non si può cancellare, ma è troppo tardi per odiarti e perché tu continui a sentirti colpevole. Non serve a nessuno.
Strinse i denti, Pierre odiava il sentimentalismo, soltanto con le donne si poteva essere sentimentali, non tra uomini, non tra padre e figlio.

“Buon Dio, sta sputando fuori qualcosa di simile a un serpente grigio. Eccone un altro, e un altro ancora. Mi sembrano dei tentacoli. Ora vedo il corpo della creatura. È grosso, grosso come un orso e luccica come cuoio bagnato. Ma la faccia … signore e signori, è indescrivibile. Non riesco quasi a guardarla. Ha occhi neri e lucenti come quelli di un serpente. Ha una bocca a forma di V e dalle labbra che sembrano tremare e pulsare colano fili di bava. Il mostro o qualunque cosa sia si muove a stento. Sembra schiacciato dalla … forza di gravità o qualcosa del genere. Ora la cosa si sta alzando”. (Adattamento radiofonico del romanzo “The War of the Worlds” di Herbert G.Wells)
I risvolti della Guerra Fredda, la minaccia della guerra nucleare e il clima da caccia alle streghe scatenato dalla commissione parlamentare HUAC, sono temi presenti nei primi film di fantascienza che descrivano l’invasione della terra da parte di entità extraterrestri, meglio conosciute come alieni. I film sull’invasione aliena di questo periodo storico sono distinguibili in due categorie: l’invasione “guerrafondaia” della terra e l’ invasione subdola, tentata con sistemi non belligeranti. I film della prima categoria rispecchiano il timore per gli effetti devastanti di una guerra condotta con armi atomiche, essi mettono in scena immagini impietose di distruzioni di città e paesaggi, come il classico della fantascienza War of the Worlds di Byron Haskin (1953) e Earth versus the Flying Saucers di Fred F. Sears (1956); sono produzioni in numero minore rispetto a quelle della seconda categoria. I film sull’invasione subdola, utilizzano l’espediente della possessione, infatti gli alieni cercano di invadere la terra attraverso la manipolazione della mente e dei corpi degli esseri umani; di questo genere sono esempi film come Invaders from Mars di William Cameron Menzies (1953), Invasion of the Body Snatcher di Don Siegel (1956), Plan 9 from Outer Space di Edward D. Wood JR. (1956).I film sull’invasione subdola, come detto, riflettevano il clima di censura e di paura che dominava la società americana, l’intransigenza governativa che irrompeva nella vita pubblica dei cittadini, portati a dubitare di tutto e di tutti; infatti ognuno poteva essere tacciato di essere un simpatizzante comunista.
Eppure alcuni di questi film si aprono a diverse interpretazioni, contenendo in sé duplici metafore che ora possono essere indicate come segni di accuse dirette ai russi, rei di stare progettando un invasione culturale che apra le porte ad un’invasione militare, e ora ad una implicita accusa contro l’omologazione culturale americana. Tra queste due categorie c’è un'altra forma tipica d’invasione aliena quella effettuata da una singola creatura come nei film The Thing from Another World di Christian Nyby (1951) e The Blob di Irvin S. Yeaworth Jr. (1958). Lo scrittore Herbert G. Wells è stato il principale profeta dell’apocalisse, è stato uno dei primi a scrivere una storia sugli effetti della bomba nucleare nel suo romanzo The World Set Free (1914), quindi era praticamente inevitabile che i suoi romanzi più famosi non venissero adattati per il grande schermo. Il film The War of the Worlds tratto dall’omonimo romanzo è uno di questi, divenuto un classico della science - fiction, rappresenta uno dei primi film su l’invasione terrestre da parte dei marziani.
Il film sembrerebbe “un candidato ideale come veicolo volontario di una propaganda pro armamenti, contro un’invasione russa paventata dai parlamentari repubblicani”[1], ma in realtà non ci sono evidenti legami tra i marziani e i russi a parte l’equivalenza tra il colore presupposto del pianeta rosso e il colore rosso della bandiera russa. In realtà il film mette in evidenza la potenza distruttiva delle armi nucleari “it uses interplanetary conflict as an excuse for presenting a vision of the global consequences of high-tech warfare”.[2] Tuttavia una riflessione si impone perché The War of the Worlds non solo è un esagerata versione dell’isteria della Guerra Fredda ma anche il primo film che (prima del Vietnam) mostra al pubblico americano le immagini di una cocente sconfitta militare inflitta al suo esercito. Infatti sono i marziani che vincono e la loro disfatta arriva soltanto grazie all’azione dei batteri (creati dall’infinità saggezza di Dio), perché il loro organismo non è adattabile al nostro pianeta. Il messaggio sotteso è che l’uso delle armi nucleari è giustificabile quando la disfatta è eminente, e pur di non soccombere al nemico, la bomba diventa un mezzo necessario contro il male (concetto che verrà ripreso, da diversi punti di vista da S. Lumet e S. Kubrick). È una metafora convincente sull’invasa disponibilità degli americani ad usare la bomba atomica contro il nemico. Inoltre è rilevante il fatto che qui le radiazioni conseguenti alle bombe sganciate non abbiano avuto nessun effetto rilevante sugli abitanti di Los Angeles. Questa interpretazione non dovrebbe apparire troppo esagerata perché se è vero che dopo The War of the Worlds saranno pochi i film sulle invasioni di massa, in film come Killers from Space di W Lee Wilder (1954), The Lost Missile di Lester W. Berke (1958), questo messaggio viene ribadito con più efficacia.



1 Paolo Alberto Casadio,Allarme Rosso – i film di fantascienza americani degli anni cinquanta tra politica e ideologia, Longo Editore Ravenna, 2007, p.180.
2 Kim Newman,Apocalypse Movies – end of the world cinema, First St. Martin’s Griffin Edition, 2000, p.121.
3 Paolo Alberto Casadio, 2007, p. 186.
4 Joanna Bourke,Paura una storia culturale, 2007, p.271.
5 Vivian Sobchack, Spazio e Tempo nel Cinema di fantascienza, Bonomia University Press, 2002, P.99
6 Paolo Alberto Casadio, 2007, p. 196.
7 Vivian Sobchack, 2002, p. 113.
8 Brosnan, Future Tense: the cinema of science fiction, St’ Martin’s Press 1978, p.127
In questo senso Crash non fa altro che collocarsi sulla scia di una serie di film che trattano tale tema, tra i quali ricordiamo: Videodrome, Il Pasto Nudo, Inseparabili.

Il regista mette in evidenza la non contrapposizione tra l’uomo e la macchina ma mostra, anzi, come la macchina faccia parte delle estensioni dell’essere umano; per esempio, nel film tratto dal romanzo di Burroughs la macchina per scrivere non è un accessorio di Bill ma diventa un elemento del suo corpo, in un rapporto che inverte la relazione, capovolgendola in modo tale che Bill risulta essere un’appendice della macchina per scrivere e non viceversa.

L’impostazione del film che ci suggerisce il regista canadese, però, non esaurisce tutte le potenzialità del film stesso, che in un confronto con il romanzo ci permette di rilevare un ampio margine di interpretazioni; infatti lo stesso Ballard sostiene: “io sento che il ruolo dello scrittore, ossia la sua autorità e la sua legittimazione a creare, è radicalmente cambiato. Sento che, in certo qual modo, lo scrittore non sa più nulla. Lo scrittore non ha più una posizione morale: offre al lettore i contenuti del proprio cervello, sotto forma di una serie di possibilità di alternative fantastiche. Il suo ruolo è quello dello scienziato che, in un safari o in laboratorio, si trovi davanti a un territorio o argomento del tutto sconosciuto. In tale situazione, tutto ciò che può fare è concepire ipotesi e verificarle alla luce dei fatti. Crash è un libro così concepito (…) cosa vediamo nello scontro automobilistico: un sinistro presagio di un orrendo connubio fra sesso e tecnologia? La tecnologia moderna ci fornirà forse inimmaginabili mezzi di sfruttamento delle nostre psicopatologie? E questo imbrigliamento della nostra innata perversità potrà esserci di beneficio? O esiste qualche logica deviante che si dispiega più potentemente di quella fornita dalla ragione?”[2].
Quali sono, allora, i significati, quali i messaggi di Crash? E come si uniscono insieme? La mia analisi verterà sulla contrapposizione e complementarietà tra il film e il romanzo, analizzandone i contatti e le differenze dal punto di vista delle tematiche e degli intrecci narrativi, avvalendomi anche delle interviste rilasciate dallo scrittore e dal regista sulla rivista Cahiers du cinema e delle censure a cui è stato soggetto il film, in modo da mostrare come un opera apparentemente definita nel suo significato possa aprirsi ad una serie di interpretazioni (dato che la si può considerare come un opera in cui dialogano due testi), che smentiscono in parte i giudizi e le critiche espresse con superficialità.

Dr Strangelove, uno dei più acclamati capolavori di Stanley Kubrick, iscritto nel registro nazionale dei film della biblioteca del congresso Usa, è una commedia nera, ferocemente satirica che contiene in se tutti gli elementi che hanno caratterizzato i temi sulla bomba nucleare e sulla sovversione comunista.
Il film di Kubrick ha un chiaro riferimento alla situazione “nucleare” ma il suo messaggio chiaro è: come facciamo a fidarci affidando la nostra sicurezza nelle mani di scienziati, soldati e politici che in quanto esseri umani possono potenzialmente fallire? È questa la realtà in cui viviamo, in quanto la bomba non può essere “disinventata” siamo nelle mani di folli generali come Ripper e Turgidson, da improbabili umanisti come il dottor Stranamore e da politici come il Presidente Muffley.Piuttosto che giocare sullo shock del conflitto, il regista, pone in primo piano, la mediocrità, la crudeltà, e l’idiozia degli uomini addetti a guidare le sorti del mondo, che a parte i soldati semplici visti come il prodotto dell’epoca, assolutamente assoggettati al sistema militare, vengono inquadrati e illuminati “in modo talmente grottesco che sembrano essere appena usciti da Il gabinetto del Dr. Caligari o da un vecchio film horror degli Universal Studios girato negli anni Trenta”.[2]
Come a sottolineare che i veri alieni sono i politici che siedono attorno al tavolo della sala da guerra, che nonostante il mondo stia andando in fiamme progettano la costruzione di un nuovo mondo sulle basi dell’ideologia nazista; dalle parole del dottor Stranamore: “naturalmente sarebbe necessario comprendere nel numero i più alti esponenti del governo e delle forze armate affinché possano trasmettere i principi gerarchici e nazionalistici”.

Questo procedimento particolare di inquadrature distorte è adottato anche in altri film, in particolare in Seconds, e ha lo scopo di rendere esplicito l’estraniamento di certi personaggi, infatti a differenza dei film sulla possessione aliena non c’è quella piccola inflessione del quotidiano che trasformava il solito in insolito ma c’è una completa alienazione delle immagini e dei personaggi. Il generale Ripper sembra essere il prodotto aberrante del clima propagandistico e paranoico dell’epoca. Lo si nota, oltre che dalle inquadrature di ispirazione espressionistica, dalle parole che usa quando parla del comunismo e giustifica le sue azioni: “Io non posso più assistere inerte al’infiltrazione comunista, alla sovversione comunista, alla propaganda e a questa cospirazione comunista internazionale per diluire e contaminare ogni nostro umore vitale più prezioso” in un pastiche di visioni di possessioni, infiltrazioni e complotti.
L’idiozia dei personaggi è specchio dell’idiozia dell’epoca, a parere del regista, indimenticabili i dialoghi tra il Presidente Americano e il Presidente Russo per mezzo del telefono rosso (chiara satira sull’installazione di una linea telefonica tra due paesi che si dichiarano belligeranti), del sergente “Bat” Guano che si suicida a cavallo della bomba atomica agitando in aria un capello da cowboy e urlando di gioia, simboleggiando l’insana predisposizione americana all’utilizzo dell’atomica.

Fail Safe alla pari del film di Kubrick ci mostra una delle possibili casualità che può portare allo scoppio del conflitto. Questa volta la fine del mondo non è dovuta all’azione di un folle paranoico generale ma al guasto di un dispositivo, il “Fail Safe”.Il guasto di questo sistema provoca una crisi di portata immane: quattro bombardieri carichi di bombe H si dirigono verso Mosca per distruggerla. A nulla valgono i tentativi del Presidente USA (Fonda) di richiamare i bombardieri e neanche i russi riescono ad abbatterli. Mosca viene distrutta e il Presidente USA, cercando di impedire una ritorsione catastrofica, offre sull’altare del sacrificio New York. Il compito di sganciare le bombe è affidato al colonnello Warren Black (O’Herlihy) il quale ossessionato dal suo rimorso si toglie la vita.
Il film di Sidney Lumet, come quello di Kubrick, pone l’accento sui caratteri dei suoi personaggi, tratteggiando un presidente americano pur sofferente disposto a sacrificare il proprio paese, incapace di reggere psicologicamente un fardello come quello di un conflitto nucleare e di uno sterminio di massa, a differenza del professore che si dichiara favorevole ad una sopravvivenza della civiltà americana rispetto a quella russa,i quali vengono paragonati ad esseri privi di qualsiasi umanità al pari delle macchine (dai suoi atteggiamenti e discorsi trapela un ottimismo sadico al pari di quello del satirico dottor Stranamore); di alcuni generali e colonnelli che non sono d’accordo nel recuperare la situazione ma cercano di spronare lo stesso presidente ad approfittare del momento e di scatenare una guerra lampo nei confronti della Russia; alcuni di loro, in preda al delirio argomentando complotti e contro complotti di spie comuniste accusano di tradimento i colonnelli che si schierano con il presidente USA, reo di essere soltanto un politicante incapace di comprendere la realtà.
Nel film di Lumet come nel film di Kubrick, sia i generali che gli scienziati discutono sulla quantità “accettabile” dei morti sulla guerra, snocciolando cifre sulle 40.000, 60.000 vittime come se essi fossero soltanto una mera eventualità comunque da ritenersi consona alle esigenze del conflitto, probabilmente perché nell’intenzione dei due registi c’era la volontà di sottolineare con più forza quale immane potere la scienza abbia consegnato nelle mani di pochi esseri umani.
[1] Erik J. Hobsbwam, Il Secolo Breve, Rizzoli, 1997, pp.288-287.
[2] Vivian Sobchack, Spazio e Tempo nel Cinema di Fantascienza, Bonomia University Press 2002, p.117
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Robocop è uno dei film che ha più colpito l’immaginario collettivo tanto da ottenere un grande successo ai botteghini. Il regista, oltre alle critiche all’amministrazione Reagan e alla riflessione sull’alleanza che intercorre tra le corporazioni e le organizzazioni criminali, elabora anche, e soprattutto, un discorso “pauroso” sulla manipolazione e sostituzione del corpo umano. Rende la tecnologia un vero incubo.
Prima di parlare della manipolazione del corpo, vorrei avanzare l’ipotesi che il film di Paul Verhoeven sia uno dei pochi a trattare in maniera “visiva” della disoccupazione. Infatti il regista incanala il film in questa direzione mostrando la decadente struttura sociale della metropoli, in elementi come il traffico della droga, il degrado ambientale, il crimine dilagante, la facilità di accesso alle armi.
Ci sono due punti fondamentali che giocano in questo senso. Primo: l’ambientazione a Detroit ha un ruolo chiave, infatti “because the city was so closely associated with the automobile industry, the decline of which (especially in relation to Japonese imports) was the central example of the decline of American manufacturing as a whole during the 1980s”[1]. Secondo: la figura di Robocop è un’immagine spettrale a questo riguardo, perché è il sostituto ideale del poliziotto, forte e invincibile, l’unico in grado di sconfiggere una macchina letale come ED-209.
Lo sciopero dei poliziotti è lo specchio dell’America del 1980, “just anxieties of the Detroit policeman at being replaced by robots echo a general fear among the American working class that automation someday lead to the loss of their jobs”[2]. A un livello più profondo, essendo Robocop in parte umano e combattendo per questa sua umanità, il film rispecchia la paura che la società capitalistica stia trasformando la vita dell’uomo come una componente meccanica di un organismo macchinico.Considerando che l’agente Murphy non ha avuto possibilità di scelta, essendo il suo corpo di proprietà dell’OPC, possiamo concludere che l’uomo non ha più scelta e deve riconsiderare la propria vita, come un esistenza a stretto contatto con la tecnologia.

Per quanto riguarda la manipolazione del corpo, possiamo sostenere che il livello di commistione uomo – macchina giochi su più livelli di interpretazione. Ad un primo livello è facile far corrispondere un’analisi culturale sulla crisi di identità, in quanto alla figura di Robocop, viene affidato il compito di simboleggiare la scissione tra mente e corpo (un argomento di rilevante importanza nelle opere di Cronenberg). Il Cyborg durante il film affronterà una dura lotta tra la volontà dell’uomo (la memoria) e la volontà della macchina. Molti dei suoi desideri, dei suoi sentimenti sono in contrasto con ciò che lui ora è diventato, essendo una mente a cui è stata trapiantata un prodotto artificiale. Può solo ricordare i sentimenti, sentirli nella sua mente ma non provarli, tutte le passioni umane si trasformano in immagini registrate in sovrimpressione nel suo cervello; perciò l’amore si trasforma in un ricordo della moglie, l’affetto familiare nell’immagine di una foto, l’amore per il figlio in un gesto d’immagine televisiva.
L’unico sentimento umano che può realizzare con il suo “corpo” è la vendetta. Una vendetta che, però, per realizzarsi in pieno ha bisogno di un altro meccanismo, di una regola burocratica: il licenziamento. Robocop è il risultato di tutte le ansie degli americani circa la tecnologia e il suo predominio sulla vita pubblica, infatti, come sostiene Telotte: “that sort of fear seems a rather natural reflection of American cultural anxieties of the 1980s, facing as it was the new challenges posed by thinking machines, biomedical enginnering, mechanical prostheses, and readily available cosmetic surgery – by the great variety of technological developments that promise to reengineer the human or perhaps even render us obsolete”.[3] Riferimenti a questa possibilità di rigenerazione del corpo sono presenti anche in numerosi spot che appaiono durante il film (una su tutte la pubblicità della sostituzione del cuore), simbolo del potere della chirurgia.
Vorrei aggiungere che la televisione ha un potere illimitato nel film, infatti, è onnipresente, con i continui spot e notiziari. Questo fa sì, che il film, da una parte assuma un tono ironico e sarcastico, contribuendo a rendere la narrazione una sorta di spettacolo nello spettacolo, una sorta di reame dell’irreale (un modo per diminuire l’impatto dell’iper-violenza), e dall’altra parte mette in evidenza l’irruenza della televisione nella vita privata e il suo potere di manipolazione del pensiero.
Ad un secondo livello di interpretazione la figura di Robocop, materializza una paura comune: l’impossibilità di decidere della propria morte o vita. È noto come all’epoca vi sia stato un ribaltamento di un’antica paura: la paura di essere sepolti vivi. La comune sensazione di essere considerati morti prematuramente per diventare donatori di organi (sotto autorizzazione dei familiari) o peggio essere mantenuti in vita allo stato vegetativo dalle macchine, era un pensiero che inorridiva e spaventava chiunque (del resto lo è ancora adesso); forse non è anche questa paura da considerare come una terribile visione del confine tra reale (coma profondo) e irreale (mondo dei sogni), proprio come nelle ultime scene di Brazil di Terry Gilliam? Il timore di non essere i padroni della propria vita e del proprio corpo è emblematico nelle sequenze che vanno dalla brutale e sanguinosa uccisione dell’agente Murphy alla creazione del Robocop.
In questo arco di tempo vediamo materializzarsi incubi e ansie che ci incutono terrore ancora oggi: dalla paura della criminalità (morte violenta) alla paura per la perdita del se stesso e del degrado sociale (controllo e strumentalizzazione).L’agente non può decidere del proprio destino, è vittima di poteri che oltrepassano la sua stessa immaginazione (“legalmente il suo cadavere è nostro” dirà uno dei membri dell’OCP), il suo corpo è in mano ad invisibili strumenti che decidono delle sue sorti.
In queste scene, a mio avviso, c’è la più significativa rappresentazione della scissione tra mente e corpo, più decisiva e incisiva della visione dello stesso Cyborg. Murphy vede, ascolta, ricorda ma non può muoversi, non può reagire, è costretto a subire le decisioni che vengono prese su di lui (esemplare le scene dove si decide di eliminare il braccio dal resto del suo corpo o quando alcuni membri dell’OCP festeggiano il capodanno davanti l’inerte Robocop). Tutto questo, noi, lo vediamo attraverso i suoi occhi e non può non provocarci un po’ di disagio questa sensazione di immobilità, simile a quella che proviamo quando vediamo la tv: una specie di vita riflessa. Murphy come scopriremo, infatti, non è morto, non è diventato una cosa, perché si riprenderà dal “coma” e ritornerà ad avere coscienza di sé. È qui che si pongono i problemi con il suo nuovo se stesso e, più in generale, con argomenti di natura medica ed etica: quando un individuo può essere riconosciuto deceduto? L’introduzione (grazie a nuovi ritrovati tecnologici) della “morte cerebrale” può aver, indirettamente, favorito una “disponibilità” di donatori di organi (corpi)? Possiamo con certezza assoluta stabilire quando un individuo cessa di esistere? È un diritto naturale prolungare la vita in uno stato quasi vegetativo di un individuo consenziente (tetraplagia) per mezzo di strumenti tecnologici che vorrebbe solo morire dignitosamente?
Il film di Verhoevan sembra incorporare in queste brevi sequenze i segni di un mondo che era di lì a venire, e che avrebbe dovuto fare i conti con temi abbastanza complessi come il diritto alla morte. Iniziarono a figurarsi nella mente comune immagini di corsie di ospedali dove il connubio tra tecnologie e umani dava alla vita a strane configurazioni dove veniva violato il senso ultimo del ciclo di vita dell’uomo: “la classica scena del letto di morte con i cari partecipi e le ultime parole solenni, ormai è storia. Al suo posto c’è un paziente drogato, incosciente, pieno di tubi per respirare, mangiare, defecare, un oggetto subumano pronto a essere manipolato dalla tecnologia medica. Chi può ascoltare senza provare orrore le parole di un medico di guardia in un reparto per malati terminali che dice di dover andare ad innaffiare i vegetali”.[4] Forse la paura del controllo sociale, dell’individuo, ha una notevole forza terroristica e simbolica più nel discorso intorno alla manipolazione del nostro corpo, della nostra vita, che intorno ad altri temi.
[2] Ibidem, p.211.
[3] Telotte, Science Fiction Film, Cambridge University Press, New York, 2001, p. 174.
[4] Neil Elliot, The Gods of Life, New York, 1994, p. 93.
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“Non lo so proprio. Mi pareva di non aver mai visto uno come lui e mi è venuto da chiedermi se magari non era un nuovo tipo di persona. Li ho guardati mentre lo legavano alla sedia e chiudevano la porta. Il ragazzo poteva avere l’aria un tantino nervosa ma niente di più. Lo sapeva che da lì a un quarto d’ora sarebbe stato all’inferno. Io ci credo. E ci ho pensato tanto. Non era difficile parlare con lui. Mi chiamava sceriffo. Ma io non sapevo cosa dirgli. Cosa si dice a uno che per sua stessa ammissione non ha l’anima? Perché gli si dovrebbe dire qualcosa? Ci ho pensato tanto. Ma lui era niente in confronto a quello che sarebbe venuto dopo. Dicono che gli occhi sono le finestre dell’anima. Io non so di cos’erano la finestra quelli occhi e mi sa che preferisco non saperlo. Ma da qualche parte intorno a noi esiste un’altra visione del mondo e altri occhi per vederlo ed è lì che questa storia sta andando a parare. Mi ha portato a un punto della mia vita dove non avrei mai pensato di arrivare. Da qualche parte là fuori c’è un profeta della distruzione in carne e ossa e io non voglio trovarmelo di fronte. Lo so che esiste davvero. Ho visto cos’è capace di fare. Sono già passato una volta davanti a quegli occhi. È non lo farò mai più […] non ho intenzione di mettere la mia posta sul tavolo, alzarmi e uscire per andargli incontro. Non sono invecchiato. Magari fosse per questo. E non posso neanche dire che dipende da quello che uno è disposto a fare. Perché l’ho sempre saputo che uno dev’essere disposto a morire se vuole fare questo lavoro. […] credo che dipenda soprattutto da quello che uno è disposto a diventare. E credo che in questo caso bisognerebbe mettere a rischio la propria anima. E io non voglio farlo. Ora che ci penso forse non l’ho mai voluto”
(Non è un paese per vecchi, Cormac McCarthy)

Non si può capire un capolavoro come “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen, se non si è letto il romanzo targato Corman MacCarthy, un “maestro” che vive ad El Passo, nel Texas, in una solitudine fortemente voluta. O meglio i due risultano complementari, come del resto accadde ad altri capolavori (Crash della coppia Cronenberg–Ballard, Il Pasto Nudo della coppia Cronenberg-Burroughs, Arancia Meccanica della coppia Kubrick-Burgess).
Il film dei fratelli Coen distilla l’atmosfera e le riflessioni del romanzo, ottenendo un buon risultato. Il romanzo colma le distanze, inserendosi in tutto ciò che il film non ha potuto esporre per vari motivi (budget, lunghezza, o per scelta stilistica). È nel romanzo che si capisce pienamente lo squilibrio che governa la mente dello psicopatico Chigurg (nel film interpretato da un magnifico Javier Bardem), incarnazione reale della figura “mitologica” dell’ultimo Joker (interpretato dal compianto Heath Ledger, in Il Cavaliere Oscuro).
Chirurg ha un obbiettivo particolare, quello di recuperare la valigetta con il denaro presa dal cacciatore Moss, ma si ha la sensazione che il denaro non c’entra più di tanto con le sue azioni silenziose, lente e terrificanti. Chirurg è il male che arriva, non segue regole, è guidato dal caos (che per quanto arbitrario è governato da scelte inconsapevoli che ne ordinano il disegno), non ammette nessun ostacolo al suo passaggio. Non esistono amici, non esistono nemici. Solo scelte. Nel romanzo il suo fine è chiaro, esposto in uno degli ultimi dialoghi (in cui avviene la consegna della valigetta al legittimo proprietario) che svelano la folle motivazione e pervicacia con la quale Chirurg ha perseguito per tutta la narrazione il suo obbiettivo:
"Questa è sua disse. Che cos’è? Sono soldi di sua proprietà. L’uomo rimase a guardare la cartella. Poi si alzò, tornò alla scrivania, si chinò e premette un bottone. Non ci sono per nessuno, disse. Si voltò, posò le mani sulla scrivania alle sue spalle, si appoggiò all’indietro e osservò Chirurg. Come ha fatto a trovarmi? Disse. Che differenza fa? Per me fa differenza. Non si deve preoccupare. Non verrà nessun altro. Come lo sa? Perchè decido io chi viene e chi no. E adesso è meglio che andiamo al punto. Non voglio sprecare tempo a cercare di metterla a suo agio. Penso che sarebbe un compito disperato e ingrato. Quindi parliamo di soldi. Va bene. Ne manca una parte. Circa centomila dollari. Di questi, un po’ sono stati rubati e un po’ li ho usati per coprire le spese. Mi è costata parecchia fatica recuperare il suo denaro, quindi preferirei che non mi considerasse un latore di brutte notizie. In quella borsa ci sono due milioni e trecentomila dollari. Mi dispiace non essere riuscito a recuperare tutta la cifra, ma questo è quanto. L’uomo non si era mosso. Dopo un po’ disse: ma lei chi diavolo è? Mi chiamo Anton Chirurg. Questo lo so. Allora perché me l’ha chiesto? Cosa vuole da me? Intendevo dire questo. Be’. Direi che lo scopo della mia visita è semplicemente fornirle le mie credenziali. Di esperto in un campo difficile. Di professionista assolutamente affidabile e onesto. Qualcosa del genere.[…].Non sono tutti adatti a lavorare in questo settore. La prospettiva di guadagni smisurati porta certa gente a sopravvalutare le proprie capacità. Mentalmente, intendo. Si illudono di avere il pieno controllo sugli eventi mentre forse non è così. Ed è sempre il modo in cui procede su un terreno insidioso ad attirare o sviare le attenzioni dei nemici.E lei? Perché non mi parla dei suoi nemici?
Io non ho nemici. Non permetto che esistano."

È strano che un romanzo si riscopra dopo l’uscita della sua trasposizione cinematografica. Ma la forza o il monopolio del cinema è anche questo (si veda il caso Fight Club). È strano che un romanzo nato come padre debba complementare un testo filmico che risulta nascere dalle sue costole e risultarne quasi postumo.Ma cosa c’è all’interno di questi due capolavori, qual’ è la loro essenza?
McCarthy come sostiene Barrico “deve aver pensato che non era più tempo di poesia e visioni, per cui ha asciugato per bene la sua storia e quando è arrivato all’osso ce l’ha tirata dietro” e i fratelli Coen hanno raccolto l’osso e l’hanno lanciato agli spettatori. Hanno sapientemente mescolato l’azione della caccia all’uomo alle meditazioni del tutore della legge su un mondo violento che è cambiato e in cui non si riconosce. È l’osso la questione, il male la sua cartilagine.Due mondi si confrontano: la vecchia e la nuova generazione.Nelle riflessioni dello sceriffo (scritte in prima persona su quello che sembra essere il suo diario nel romanzo e tradotte in voce off nel film) si comprende che non è un luogo comune sostenere che il mondo non è più lo stesso perché il mondo è diverso fatti e dati alla mano:
"Era stato fatto un questionario sui problemi dell’insegnamento nelle scuole. E loro hanno ritrovato i moduli compilati e spediti da ogni parte del paese, con le risposte alle domande. E i problemi più gravi che venivano fuori erano tipo che gli alunni parlavano in classe e correvano nei corridoi. O masticavano la gomma. O copiavano i compiti. Roba così. E allora avevano preso uno di quei moduli rimasto in bianco, ne avevano stampate un po’ di copie e le avevano mandate alle stesse scuole. Dopo quarant’anni. Be, ecco le risposte. Stupri, incendi, assassini. Droga. Suicidi. E io ci penso a queste cose. Perché il più delle volte, quando dico che il mondo sta andando alla malora, e di corsa, la gente mi fa un mezzo sorriso e mi dice che sono io che sto invecchiando. E che quello è uno dei sintomi. Ma per come la vedo io uno che non sa capire la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe è messo molto peggio di me. E quarant’anni non sono mica così tanti. Magari fra altri quaranta la gente avrà aperto gli occhi. Sempre che non sia troppo tardi".
Nella storia è come se si intrecciassero tre destini che vanno a delineare la distanza che separa due universi. Lo sceriffo che crede e spera ancora in un mondo di valori e ideali, non riesce a capacitarsi del cambiamento al quale non può opporsi perché è indipendente dalla sua volontà e come uno spettatore immobile e passivo cerca di indagarne e sviscerarne i segni. Moss che rappresenta lo stacco dai valori tradizionali , l’uomo che è attratto dalle nuove tentazioni (la valigetta è il simbolo della causa del male: droga e denaro) e abbandona la sua semplice vita. Chirurg e la sua moneta rappresentano il nuovo mondo, non soltanto l’arbitrarietà del male. Un personaggio che incarna i segni di qualcosa che si affaccia all’orizzonte, che sta prendendo vita, che ha ideato una nuova scala di valori, che non ha uno scopo e un fine ma segue un suo tracciato, un suo percorso. Non ammette eccezioni. E che esiste al di là della nostra consapevolezza. Come il male, del resto.
"Ogni momento della tua vita rappresenta una svolta e una scelta. A un certo punto hai compiuto una scelta. E tutto è andato di conseguenza. La contabilità è precisa. La forma è tracciata. Nessuna linea può essere cancellata. […] la strada di una persona nel mondo cambia raramente, e ancora più raramente cambia all’improvviso. […] ho solo un modo per sopravvivere. Non ammette eccezioni. Al limite un lancio di monetina. In questo caso abbastanza inutile. La gran parte della gente non crede che possa esistere una persona del genere. È evidente che per loro è un bel problema. Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza? Capisci? Quando sono entrato nella tua vita, la tua vita era finita. Ha avuto un inizio, uno svolgimento e una fine. Questa è la fine. Puoi dire che le cose sarebbero potute andare in un altro modo. Che avrebbero potuto essere diverse. Ma questo che significa? Non sono diverse. Stanno così. Lo capisci?".
I tre personaggi principali delineano l’archeologia di tre generazioni che vanno dal 1950 al 1990 circa. Diventano emblemi, testimoni del tempo che svanisce e cambia. Mostrandoci quanto, a volte, siamo incapaci di ammettere, imbrigliati e ancorati a valori e credenze che lentamente si dissolvono, la realtà delle cose, il cambiamento. Incapaci di osservare la mutazione (Come si fa a sconfiggere qualcosa di cui si rifiuta l’esistenza?).

Per ricordare la dipartita di uno dei più influenti scrittori contemporanei (e ispiratore del celebre Crash di Cronenberg) vi invito a leggere l'articolo di Antonio Caronia pubblicato sull'Unità al seguente link:
http://www.unita.it/news/84112/addio_allo_scrittore_james_g_ballard
e questo intervento sempre del filosofo Antonia Caronia sul sito di carmilla:

Il tema sul controllo sociale e sulla massificazione della popolazione è da sempre il topos per eccellenza della migliore letteratura cinematografia di science-fiction.
Il cinema di fantascienza si è sempre ispirato a capolavori della letteratura fantascientifica come 1984 di George Orwell e come Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, ne sono un esempio lo straordinario Brazil di Terry Gilliam (1984) e Orwell 1984 di Michael Radford (1984), per non parlare degli ultimi film come V per Vendetta (V For Vendetta, 2006) di James McTeigue (tratto dall’omonimo fumetto di Alan Moore) o Equilibrium (2005) di Kurt Wimmer.

Tutti gli abitanti del mondo sotterraneo sono ridotti a numeri e lettere, drogati, controllati e monitorati da supervisori che possono misurare la loro respirazione e i loro battiti cardiaci.
Lucas sembra suggerire che la televisione isola gli individui e li rende passivi: questo aspetto è evidente, quando osserviamo la vita di coppia tra THX 1138 e LUH. Infatti i protagonisti assistono a degli spettacoli di violenza (un poliziotto cyborg picchia ripetutamente un cittadino), di comicità e sessualità quasi assuefati da tali visioni, così evitando il contatto l’uno con l’altro.
La televisione funziona da meccanismo che isola gli individui annullandone anche i bisogni primari come quello della socialità. In particolare la forza dello “schermo”, che come in 1984, controlla la vita dei suoi cittadini, è illuminante a riguardo: appaiono piccoli schermi anche quando vengono aperti gli stipiti del bagno e si sentono delle voci che chiedono “qualcosa non va?”; Ogni abitazione è sotto la supervisione della società, persino le nascite (in vitro) e l’educazione dei bambini. Le droghe che vengono prese giornalmente dagli abitanti hanno lo stesso effetto della tv, quello di eliminare i desideri e gli istinti primari.
Proprio dalla violazione di questo uso nascerà la ribellione di THX 1138 che inizierà a “sentire”, a provare stimoli e a capire di essere vittima di un sistema che tenta di trasformare l’individuo in una sorta di immagine virtuale.

Questo riferimento ad una esistenza virtuale dominata da meccanismi scientifici e tecnologici è visibile nelle scene della prigione (realizzata in un bianco bidimensionale, dove lo sfondo stesso è bianco) in cui vediamo THX 1138 sottoposto a delle torture fisiche e mentali che gli vengono inflitte da due uomini tramite l’utilizzo di un programma su un computer. È come se lo stesso THX fosse diventato un’immagine manipolabile priva di qualsiasi corporeità.
Il mondo sotterraneo è simile al mondo irreale nel quale ognuno di noi sembra essere immerso, la condensazione della società dello spettacolo e della società del consumo. A questo proposito i numeri e le lettere degli abitanti hanno un preciso riferimento alla trasformazione dell’individuo in una componente di una somma, di un budget, e infatti sembra suggerire: “the various ways in which society has effectively quantified the individual: identified as a letter-number designation, measured in terms of organ-donor potential, understood as a series of numerical readouts on a superimposed grid, evaluated in terms of the cost of capture and imprisonment”.[1] Perfino il processo a cui va incontro THX 1138 (in seguito alla sua iniziale cattura) e la sua fuga sono una questione di numeri, di budget. Il riferimento alla massa, al consumo, al numero quantitativo è anche il credo che la religione programmatica infonde attraverso i consigli computerizzati del confessionale e degli altoparlanti. L’unica fuga possibile da questo mondo tecnologizzato è il ritorno al mondo reale, alla natura (nell’ultima scena, la prima cosa che THX 1138 vede, uscito dal mondo sotterraneo, è la luce del sole) ma soprattutto il ritorno all’individuo, come avviene quando THX e LUH iniziano ad amarsi e a rivolgersi all’altro e non alla massa indistinta; “an individual who finally finds meaning in his relationship not to the masses, but to another”.[2]
[1] Telotte, Science Fiction Film, Cambridge University of New York Press, 2001, p.140.
[2] Ibidem, p.140.

Dovrebbe essere in uscita il 15/05/09 il film di Clark Gregg. Tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palachniuk narra le vicende di Victor Mancini, un sessodipendente che sfrutta a proprio vantaggio la solidarietà delle persone che incontrerà nei vari ristoranti fingendo di soffocare a causa de cibo andato di traverso. Tutto questo farsi "salvare la vita" da uno degli avventori che successivamente sfrutterà per chiedere del denaro in nome del "legame" che oramai hanno stabilito tra di loro.
Fonte: coming soon.it
Titolo: The Wrestler
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Robert D. Siegel
Fotografia: Maryse Alberti
Musica: Clint MAnsell
Attori: Michey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Judah Friedlander, Giovanni Roselli, Todd Barry, Ernest Miller, Greeg Bello, Ron Killings, Wass M. Stevens, Elizabeth Wood, Dylan Keith Summers, Mike Miller, Tom Faria, Andrea Langi.
Produzione: Wild Bunch, Protozoa Pictures, Saturn Films, Sessions Payroll Management.
Distribuzione: Lucky Red
Origine: Usa/ Francia, 2008
Durata: 111’

Che cosa sarebbe The Wrestler senza Mickey Rourke?
Non un granché.
L’attore è l’essenza stessa della pellicola di Aronofsky, è lui il fulcro, l’origine, il motivo del dramma. Il regista si eclissa, si nasconde, lasciando che sia l’uomo e la sua storia a prendere forma e sostanza. Questo è evidente, innanzitutto se si prendono in considerazione le precedenti opere di Aronofsky (Pi greco – Il teorema del delirio 1998, Requiem For a Dream 2000, L’albero della vita 2006), film surreali, visionari, indimenticabili, in cui la magia si mescolava alla follia e alla ragione (come dimenticare la visione conturbante e disturbante di Requiem for a dream?); è evidente se si considera che, anche, la sceneggiatura è priva della fervida immaginazione del regista. È qui è lasciata fuori quasi del tutto la sperimentazione (Forse dopo il quasi fiasco de L’albero della vita?). È solo adesso, dopo una visione seppur ancora da metabolizzare e interiorizzare completamente, che mi appare in tutta la sua visione lo scempio per la mancata assegnazione della coppa volpi allo straordinario Mickey Rourke. Questa è la sua vita (abbandonò il successo per seguire la sua passione, il pugilato), qui c’è una parvenza di realismo (tanto caro alla critica nostrana) e la videocamera non può che assecondare i movimenti dell’attore senza apparenti e palesi interferenze artistiche o stilistiche. È già di troppo, la sua unica funzione è di registrazione di una finzione scenica comunque vissuta in prima persona e perciò vera.
Se non fosse Mickey Rourke a simboleggiare il vissuto narrativo che si dipana nella pellicola il film sarebbe una storia già vista, ripetuta fino all’inverosimile, capace solo di apparire nuova ad occhi ancora vergini che non conoscono le membra stanche di uomini falliti e perduti, che non conoscono le gesta di uomini consunti e affamati di libertà e vita.
Ecco perché il film di Aronofsky è un film da vedere, perchè in quei fotogrammi, in quelle scene c’è la vita vera di un uomo che ha vissuto ai margini del successo abbandonato dallo star system hollywodiano, una vita bukowskiana (ha difficili e complicati rapporti con la figlia, frequenta una spogliarellista, fa i lavori più umili, vive ai margini) una vita portata sullo schermo. Tutte le ferite che il lottatore mostra, tutti i laceri della pelle, questo corpo in decomposizione che si sfalda e si martoria per uno spettacolo fittizio è l’emblema della sua filosofia di vita, il suo sentirsi e il suo viversi come corpo e sangue (è questo il mio mondo). Vi ricordate la splendida interpretazione nel film Sin City? (“Finalmente io ho un motivo, uno scopo che mi permette di alzarmi ogni mattina dal letto”).
Dietro la finzione spettacolare dello show c’è il corpo di un uomo che porta con se i propri dolori, il proprio modo d’essere, le proprie cicatrici che appaiono come segni indelebili e non come segni di una finzione cinematografica. Infatti anche se lo spettacolo è una farsa, i pugni e le lotte sono inventate ad hoc, le ferite del corpo e dell’anima sono vere e non si rimarginano facilmente.
C’è la lotta tra il vero e il falso, la lotta di un essere umano che cerca disperatamente un significato alla propria esistenza senza riuscire a trovarlo, accettando la sconfitta e tornando a dissimulare e a sentire.
C’ è solo Mickey Rourke, un lottatore che va incontro alla morte senza paura, tutto il resto è disturbante, è invasivo.
Tutto il resto scompare.